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sabato 18 novembre 2017

Su "La leggenda del santo bevitore" (Joseph Roth)

E' passato poco più di un mese da quando ho fatto incetta di libri di seconda mano (ma anche terza-quarta mi sa...) al mercatino dell'usato di Imbersago -luogo che io letteralmente amo!- e una ventina di tarde sere da quando ho scelto di leggere La leggenda del santo bevitore di Roth. Perché questo piccolo libricino si lascia leggere in pochissimo tempo, forse anche meno di un'ora, ma non manca di trasmettere contrastanti sensazioni.
Ammetto di essere stato attratto dall'edizione, la Piccola Biblioteca Adelphi, che mi ha sempre affascinato già al tatto, per le sue copertine di ruvido cartoncino bristol di tutti i colori, così semplici eppure così azzeccate. Non conoscevo quest'opera di Roth -e forse, ora che ci penso, nemmeno Roth- ma qualcosa del titolo e del breve essai sul retro deve avermi catturato e indotto ad aggiungerlo agli altri.

La narrazione di Roth è schietta, senza fronzoli o ricercatezza. Sembra quasi voler sbrigare il racconto nel minor tempo possibile, dando solo un tratto -marcato, ma pur sempre unico- o una sorta di "linea guida" degli avvenimenti al lettore, perché proceda poi con la sua soggettiva immaginazione e le sue personali sensazioni. Certo questa novella lascia un nervosismo di fondo, complici la descrizione tendenzialmente essenziale e "dritta", e una sorta di "distacco emotivo voluto", quasi a non voler in alcun modo influenzare né la storia stessa, i fatti, né il modo in cui li recepirà il lettore. Niente divagazioni, come invece può fare un tanto caro Thomas Mann; niente minuziosi, quasi pennellati ritratti di persone o cose alla Proust: tutto procede come una sorta di inquieta cavalcata, o una ratta camminata simile a quella di qualcuno che cammini nel freddo senza il cappotto, alla volta del primo luogo caldo vicino.

Il nervosismo, per quanto mi riguarda, è alimentato anche dai continui andirivieni di tensione/distensione: questo soggetto avvinazzato di nome Andreas (a quanto pare i pessimi soggetti portano tutti questo nome, compreso il sottoscritto!), il quale si gonfia di nobile e spirituale entusiasmo che finisce sempre per sciogliersi di fronte al dio soldo, incontrato "fortuitamente" più volte sulla strada; il ripetersi dell'illusione di ritenersi un uomo d'onore, per poi perdersi al primo alone di un vecchio amore, o ad un'ombra più buona di vino, un letto a baldacchino più chic in un hotel; il lato recidivo della sua persona, recidivo nel ricascare nello stesso errore tanto quanto nel autoconvincersi di non essere qualcosa che, di fatto, è, ovvero un uomo a tratti opportunista -anche a causa della povertà, dalla fame e dalla trascuratezza che si trascina dietro da tempo (in questo ricorda un po' le Confessioni di un oppiomane di De Quincey, che ho recensito a loro volta con questo articolo)- in grado di barattare la dignità e la presunta nobiltà d'animo con un bicchiere di vino in più.

La novella si chiude in pochissime righe, e questo non distende né appaga il lettore: anzi(tutto), ci si sente come di aver tenuto testa a tutti i finti picchi di tensione letteraria per poi avere una conclusione eccessivamente sbrigativa (e forse anche poco "emozionante"), e diversi punti interrogativi su alcuni personaggi citati; in secondo luogo, ci si sente quasi presi in giro, perché si giunge a un finale forse un po' scontato, e per di più "bruciato" dall'asciuttezza di linguaggio, come se si ascoltasse una persona raccontarci una storia per un'ora per poi vederla scappare via di colpo per un contrattempo, narrandoci la fine in tre parole, mentre si allontana.

Ad ogni buon conto, non mi pento né dell'acquisto né della lettura. Ha comunque qualcosa di singolare, sia nel modo in cui è scritto, sia nelle sensazioni di fastidio o simili che suscita. Ed il fatto di istigare precise e intense emozioni, anche se non quelle solitamente sperate o attese da un lettore, lo rende un piccolo libro con il quale Roth può aver centrato un suo ipotetico obiettivo di disilludere, di infastidire e lasciare insoddisfazione, senza per questo scollare dalle pagine gli occhi di chi lo avrebbe letto.

Andrew

venerdì 17 novembre 2017

La mia silloge "Mùrmure" ora è disponibile anche su ilmiolibro.it!

Finalmente sono riuscito a ri-editare la mia raccolta di poesie del 2010, "Mùrmure", anche dal sito ilmiolibro.it!

Sono passati ormai 7 anni abbondanti da quando creai questa silloge (in un tempo brevissimo, nonostante quasi tutte le poesie siano state scritte in un arco di 10 mesi), e per quanto non mi riconosca più in un certo modo di scrivere o di descrivere, ho sempre creduto sia un'opera che abbia avuto la sua importanza, il suo ruolo "vitale" per me: segna una tappa, una svolta da un periodo per me nient'affatto sereno, durato tre anni buoni, la mia uscita e una sorta di mio ritorno alla vita dopo un lungo stato di apparente "apatia" (se vogliamo, anche una depressione mai presa veramente per tale).
E' una raccolta di poesie piuttosto dirette e molto immaginative, ricca di metafore e visioni. Ma è anche una sorta di percorso personale che, con il senno attuale, sembra quasi una fase di contrappasso o di purgatorio per liberarmi da certi pesi e certi tormenti dell'animo.

Non voglio dilungarmi troppo perché amo più parlare di concerti, arte e di altro che di me. Ma per chi volesse, ora è più facile -nonché veloce e meno dispendioso in spese di spedizione!- regalarsi questa mia raccolta.

Per chi volesse, è possibile acquistarla QUI

la nuova copertina
Spero possiate interessarvi in molti! Sono comunque a disposizione per chi volesse farmi domande o altro prima di un eventuale acquisto.

A presto!
Andrew

martedì 14 novembre 2017

Concerto del "Sestetto Stradivari" (Rassegna "Merate Musica" 2017/2018)

Su di uno sgabello di pianoforte, settimana scorsa trovai un opuscolo pubblicitario della stagione Merate Musica. Devo dire che è capitato proprio, come si suole dire, a fagiuolo, perché, fino a prima di questo piccolo lieto evento, stavo gettando la spugna per quanto riguarda il trovarmi un'occasione di ascoltare concerti nelle vicinanze. Nella serata di Sabato 11 Novembre era previsto un concerto con un programma per me davvero "da gola": i due Sestteti per archi Op.18 e Op.36 di Brahms, interpretati dal Sestetto Stradivari.

Tenendo conto che, a mio parere, Brahms ha toccato alcune delle più alte vette della sua intera produzione -nonché della musica cameristica nella storia della musica- proprio con le composizioni da camera, sono corso all'occasione senza esitare. L'Auditorium di Merate, peraltro, è una bellissima struttura inserita all'interno del municipio: non enorme ma molto ben costruita, essenziale ma accorta ed assai accogliente, con tantissime componenti lignee, le sedie verde mela, un bel palchetto, un piano superiore con una "ringhiera" in vetro (ed è lì che mi sono piazzato!) ed una acustica adatta allo scopo.


Le esecuzioni del Sestetto Stradivari si sono distinte per una tenuta praticamente perfetta delle rotondità dei suoni e delle intonazioni, delle esaltazioni delle linee melodiche e delle polifonie; una gestione interessante delle agogiche (soprattutto nello Scherzo dell'Op.18) e dei dialoghi fra gli strumenti.
Il Sestetto Op.18 in Si bemolle maggiore -composto nel 1860 da un 27enne Brahms- si è aperto con un Allegro ma non troppo senza sentimentalismi né particolari libertà di oscillazioni agogiche (come è solito fare, ad esempio, prima della ripresa, in cui si tende a cedere un po' per far risaltare il da capo del ritornello), ma con un suono sempre caldo e morbido, appassionato. Il famoso Andante, ma moderato, anch'esso dal piglio profondo e pieno in tutte le sue variazioni, è stato eseguito benissimo (certe agilità della coppia di violoncelli, uniti al suono sempre ben declamato, sono da ricordare) con un'espressione consistente ma non "svenata". 
I due movimenti che più mi hanno colpito sono stati lo Scherzo ("Allegro molto", con un trio nella sezione centrale "Animato") e il Rondò conclusivo ("Poco allegretto e grazioso"): il primo dei due caratterizzato da una pronuncia e uno spiccato senso della danza, tanto da ricordarmi certi splendidi scherzi delle Sinfonie 6 e 7 di Beethoven, pieni di quel brio vivace che sa proprio di "ritrovo popolare"; il secondo, contrariamente alle normali aspettative, vicino alle idee del primo tempo, con un piglio più rapido di quel che conoscevo, una cura per il suono ed il fraseggio veramente notevoli ed una coda -"animato, poco a poco più", come da partitura- davvero cangiante e travolgente.

Una pausa di qualche minuto ha separato dal secondo Sestetto, Op.36, in Sol maggiore. Composto tra il 1864 ed il 1865, è spesso chiamato anche "Agathe Sextet" per la presenza di una serie di note nel primo movimento, ovvero la/sol/la/pausa/si/mi che corrispondono, nella nomenclatura tedesca, proprio alle lettere A-G-A-(T)-H-E (la T corrisponde ad una pausa di un quarto), in onore di una donna di cui il giovane Johannes si innamorò profondamente nel 1858 durante un soggiorno a Göttingen, ma che poi abbandonò -pentendosene, poi, amaramente per parecchio tempo: ad un amico, infatti, ammise di essere stato uno stupido nei suoi confronti- alle soglie di un matrimonio quasi certo.
Questo Sestetto differisce molto, per certi versi, dal primo. Sin dal primo tempo, Allegro non troppo, sembra esserci una ricerca quasi "spaziale" della musica, con piccoli enunciati che sfilano da uno strumento all'altro, sostenuti da un dolce tremolo di una delle viole. Ogni spunto tematico è continuamente oggetto di sviluppo e materiale di esposizione, tremolo compreso. Non da meno, il carattere generale dell'intera composizione sembra più vicino ai toni popolari, anche se sempre molto ricercati nelle armonie e nelle melodie.
Il secondo tempo, Scherzo-Allegro non troppo, è, appunto, popolaresco sia nei pizzicati  e nei mordenti iniziali, sia nelle melodie cantabili che negli stacchi più mossi come la sezione centrale Presto giocoso (momento del brano che a mio avviso il Sestetto Stradivari ha reso fantasticamente). Il Poco Adagio successivo si riversa su una cantabilità cromatica complessa, sinuosa ed affascinante, piena di chiariscuri, come il gioco imitativo del più animato o la sezione Adagio, molto dolce.
Il finale, Poco Allegro, che inizia con un episodio fugato per poi alternarlo continuamente ad un tema di ispirazione semplice e popolare che sgorga nel registro medio basso e ad intervalli di seste, resta a parer mio uno dei brani più belli della musica per archi. Il tempo staccato dagli esecutori, questa volta, è stato più seduto del previsto, ma l'articolazione dei temi fugati e di quelli popolari ne hanno giovato in particolarità ed interesse. Bellissima la coda in Animato, che nasce dal fugato portandolo come alla saturazione sonora, e concludendo fragorosamente e nel pieno dell'esaltazione sull'accordo di tonica.

Al terzo richiamo sul palco, il Sestetto Stradivari ci ha salutati con un'esecuzione notevole del  terzo movimento del Souvenir de Florence di Cajkovskij.
Credo di aver scritto anche troppo. Ma chiedo venia, e mi giustifico con le belle emozioni che ho provato nell'ascoltare, per la prima volta dal vivo, due fra i brani che più amo nella musica da camera.
Lascio come sempre qualche fotografia.






Alla prossima!
Andrew

lunedì 13 novembre 2017

La "Missa in illo tempore" di Monteverdi (rassegna "Vespri Musicali in San Maurizio" - Milano)

Con un ritardo di ben due settimane, finalmente riesco a mettermi al pc e scrivere gli ultimi post che ho lasciati in sospeso. Impegni vari e contrattempi -che, nella mia vita, guai a mancare!- mi hanno impedito di farlo prima, purtroppo.

Sabato 28 Ottobre scorso ho potuto ascoltare uno dei brani sacri che più amo in assoluto: la Missa in illo tempore di Claudio Monteverdi, interpretata magnificamente dal Ensemble Biscantores, diretti dal M° Luca Colombo, presso il "Coro delle Monache" della meravigliosa Chiesa di San Maurizio, a Milano.
Nell'organico erano presenti anche una stupenda viola da gamba (Luciana Elizondo) e un piccolo organo portatile (Gianluca Viglizzo).

Un collage fotografico di scorci della chiesa, compresa l'imponente corale
La Missa in illo tempore a 6 voci con continuo, è stata composta da Monteverdi negli anni mantovani e porta questo nome in quanto scritta sopra il mottetto In illo tempore del Gomberti. Assai complessa, richiede enorme e costante concentrazione da parte del coro e non meno attenzione alla parte, al fine di mantenere precisi l'insieme e la concatenazione delle ardite polifonie, delle imitazioni, e consentire una declamazione chiara del testo. In questo, i Biscantores sono stati veramente degli ottimi interpreti: l'impasto sonoro era davvero meraviglioso, le voci soliste altrettanto, la discorsività fluida ma non affatto superficiale. I momenti del Kyrie, del O qual pulchra es, del Credo in unum Deum e del Agnus Dei I/II sono stati, per me, i momenti più alti di una già riuscitissima esecuzione. Ma non voglio esprimermi troppo in questo modo, rischio di essere troppo personale (leggete: queste sono anche le parti della Missa che amo di più).

Il programma del concerto si chiudeva con le Litanie della Beata Vergine, dello stesso compositore, brano lungo e complesso, denso e ricco di chiariscuri e dissonanze -tipiche quanto efficacissime- spesso presenti nella musica di Monteverdi.
Uno scroscio di applausi ha ringraziato l'Ensemble delle emozioni regalate (a tratti veramente commoventi) e della direzione molto curata.

Sono molto felice di essere stato presente, e di aver poi seguito alcuni coristi ed amici a cena, stando in compagnia.
Ora non mi resta che trovare una esecuzione della Missa Papae Marcelli di Palestrina e posso dirmi soddisfatto (almeno credo!)!
Lascio qualche foto...






A presto!
Andrew

mercoledì 25 ottobre 2017

Concerto della Cappella Musicale e strumenti del Duomo di Bergamo (Rassegna "In Tempore Organi")

"In Hymnis et Canticis" il titolo dell'ultimo -ahimé- appuntamento di "In Tempore Organi", la breve rassegna di concerti organizzata con il patrocinio del Comune di Almenno San Salvatore e l'associazione Antegnati dello stesso comune.
Quest'ultima serata era prevista presso la Chiesa di San Salvatore del omonimo paese, e affidata alla Cappella Musicale e Strumentale del Duomo di Bergamo, gruppo che avevo già avuto modo di ascoltare la scorsa primavera proprio nel loro "luogo d'origine". Essa è composta da un gruppo corale (classico SATB), un basso solista, ed una piccola orchestra barocca composta da due violini, un violoncello, un contrabbasso, un trio di tromboni e l'organo. La direzione è al braccio del Maestro Mario Valsecchi.

Il programma, incentrato sul periodo barocco con alternanze di brani strumentali ad altri dalle predominanze corali o vocali, prevedeva composizioni di autori celebri, quali Dietrich Buxtehude o Johann Pachelbel; e meno noti -ma non del tutto sconosciuti, almeno a me!- come Michael Altenburg, Johann Michael Bach (suocero del ben più conosciuto Johann Sebastian), Johann Rosenmuller e altri.

Un brano del quale mi sento di accennare in particolare è la Sonata X à 5 di Rosenmuller, per 2 violini, 3 tromboni e basso continuo, che non conoscevo (ma che, forse, avevo già ascoltato proprio da loro la volta precedente) ed ho trovata davvero apprezzabile. Nonostante il baricentro sia pienamente tonale, le successioni armoniche e le modulazioni vengono risolte senza scontatezza, ed il discorso musicale -grazie anche all'artificio imitativo, ben percepibile- non stagna mai , tenendo vivi l'interesse e l'attenzione di chi ascolta. Anche le dissonanze, risolvendo spesso ed improvvisamente su armonie morbide e "pulite", giocano un ruolo importante, rendendo il gioco strumentale più denso ed appassionato. Ottima, indubbiamente, anche l'esecuzione degli strumentisti, che hanno saputo fare luce su tutte queste caratteristiche.

Per ciò che riguarda le composizioni di carattere corale, Buxtehude, insieme ad Altenburg, è stato l'autore che più mi ha colpito. In particolare, il suo All solch dein Gut wir preisen, con l'aggiunta dei tromboni a differenza di Befiehl dem Engel dass er komm, mi è veramente piaciuto, ed ho trovato il coro e gli strumenti in ottima forma!
Anche le composizioni di Vincent Lubeck e Franz Tunder con il basso solista -interpretate da Alessandro Ravasio- sono state ottimamente eseguite. In particolare Hilf deinem Volk, Herr Jesu Christ, con i lunghi "melismi" in terzine di ottavi e in quartine di sedicesimi del solista nella parte centrale, ben "passeggiati" e chiaramente enunciati.

[Una sola nota critica mi sento di fare, e non riguarda le ottime esecuzioni: la necessità di un volantino o di un libretto con i testi declamati (soprattutto quelli in tedesco) od i movimenti delle composizioni strumentali; sarebbe stato di grande aiuto per una maggiore comprensione dei brani, e, di conseguenza, anche per una partecipazione emotiva alle esecuzioni.]

Lascio qualche scatto della serata, sperando di presenziare ancora ad altre realizzazioni!





Andrew

domenica 22 ottobre 2017

Su "Confessioni di un oppiomane" (Thomas De Quincey)

Torno a "recensire" una lettura, fresca fresca. Ho acquistato questo piccolo libro di Thomas De Quincey (il quale comprende anche altre opere più brevi, come "Suspiria de profundis" o "La diligenza inglese") sempre al mercatino dell'usato e dell'antiquariato di Imbersago, domenica scorsa, e l'ho praticamente divorato; in meno di 7 giorni, se penso che in un paio di questi non ho avuto la possibilità di leggere prima di dormire, perché era già tardi -o, semplicemente, morivo di sonno.

Sin dalle prime righe mi sono sentito inghiottito dal modo di scrivere e di esprimersi dell'autore; che, per quanto assai meno "poetico ed a modo", a me ricorda non poco -chissà perché?- quello di Proust, nella "Recherche": sentito ed appassionato, libero e sciolto come un nastro, erudito ma focoso, spontaneo e fluido. 
Spero di non azzardare troppo con questa affermazione. De Quincey non si lascia sfuggire termini più "diretti", il suo procedere è senza freni inibitori: una completa sincerità, svergognata, anche negli argomenti più torbidi o dei quali si percepisce il non andarne fiero, senza per questo scadere nella sboccatezza gratuita (da questo si sente come Thomas fosse uno studioso: era considerato un grecista sensazionale, tale da superare alcuni suoi stessi docenti). Proust, diversamente, nonostante trasmetta benissimo le sue sensazioni, è sempre un po' più riservato e "non del tutto espresso": l'immagine che ho, è quella di starsene un po' come seduti all'ombra morbida ed aromatica di un albero di limoni, osservando la vicenda svolgersi su di una spiaggia assolata ma non proprio a due passi da noi.

Non manca, nelle "Confessioni di un oppiomane", anche l'elemento "confusionario" o contraddittorio. Anzi, questo non fa che rincarare quel senso stesso di sincerità e di schiettezza voluto dall'autore sin dalle anticipazioni -ma riscontrabile anche nella post-fazione- al volume. Un oppiomane che non si nasconde, ma va quasi fiero di esserlo. Che non antepone banali perbenismi o colletti inamidati. Egli sa di navigare nel mare nero dell'oppio; sa dei suoi effetti positivi e negativi, delle visioni tanto quanto della sensazione di pace; dell'alterazione che subiscono il trascorrere del tempo, gli oggetti, i ricordi, le strade percorse. 
E di questo status "altro" De Quincey quasi si compiace; anche quando, dall'uso misurato e disciplinato dell'oppio -tanto da scegliere, per il consumo, sempre il martedì o il sabato, giorni nei quali va all'Opera ad ascoltare una cantante favorita- passa alla totale dipendenza, a quell'assunzione incontrollata, che rende complici i suoi momenti di inettitudine, i suoi sogni orientaleggianti ed inquietanti (nonché del tentato suicidio della moglie, estenuata da un uomo così ingestibile e ben oltre le righe) e i suoi risvegli in lacrime, alla vista improvvisa dei suoi figli.

L'autore sostiene di voler sfatare il mito che l'oppio sia meramente ed unicamente "distruttivo": da esperto quale è, si sente in dovere -ed in diritto- di saggiarci delle sue esperienze, e di conseguenza di chiarire quali siano effettivamente gli effetti del laudano. Desidera debellare la consuetudine medica -pur ammettendo la sua non poca ignoranza sull'argomento- per rimpiazzarla con la verità del "drogato" dipendente (e come dargli torto? In un certo senso, non si può parlar di ciò che non si conosce...) che ne è quasi del tutto uscito. Perché, contrariamente all'aspettativa che crea nel lettore prima della post-fazione, De Quincey non ne esce completamente, ma ne riduce enormemente l'abuso. Arriva a passare 90 ore senza oppio, ma gli effetti devastanti sul suo stomaco -complice, probabilmente, anche l'enorme fame patita in giovinezza, la quale, ben prima dell'oppio, gli procurava fortissimi bruciori gastrici- lo inducono a ricorrere al "rimedio malsano" che, quanto meno, sembra anestetizzarlo da questi patimenti.

La conclusione è una nota di speranza verso coloro che, come lui, sono più o meno dipendenti dall'assunzione di oppio: non testimonia che si possa uscirne, ma si sente di ipotizzarlo con una certa convinzione. Riferisce ad assuntori meno esagerati di lui, che potrebbero magari resistere agli effetti collaterali della disintossicazione. Parla ancora dei suoi sogni assurdi che, nonostante siano passati dei mesi, ancora lo assillano (seppur più debolmente, parallelamente alla quantità drasticamente inferiore di laudano ingerita).
La conclusione lascia, infine, un forte senso di aspettativa: egli stesso sostiene che questo saggio potrebbe e sarebbe potuto essere ben più esteso e dettagliato. Quando fu steso per le pubblicazioni -ovvero la seconda volta, poiché la prima fu scritta per una pubblicazione periodica, per la quale aveva uno spazio ridotto- il suo stato di salute non era tale da poterlo implementare ulteriormente, pertanto si preoccupò solamente (e nemmeno del tutto) di rivederne le bozze di stampa.

Eccoci di fronte, di fatto, ad un excursus senza vero traguardo. Conviene, allora, sederci ed assaporare (quasi fossimo noi sotto effetto dell'oppio, questa volta) il gusto piccante e mai nauseabondo dell'indeterminatezza, immaginando chissà quali altri episodi, quali altre vie di Londra di notte, quali altri amori svaniti, quali altre colline o quali altri sogni l'autore avrà conosciuto, senza mai potercene assicurare davvero.

Andrew

sabato 21 ottobre 2017

Letture dimenticate (ovvero: su "La Morte a Venezia" di Thomas Mann)

Certi libri, magari brevi, che si leggono in estate ricordano i classici "amori" adolescenziali che nascono nella stessa stagione: finiscono presto e ce ne si dimentica con la stessa rapidità.
Mea culpa!, mi dico sorridendo. Perché "La Morte a Venezia", per quanto non sia un romanzo di ampio respiro, non è affatto una lettura di poco significato. Ecco, quindi, che mi sovviene un altro dettaglio: sembra quasi che, ultimamente, mi stia facendo amico Thomas Mann. Quando stavo ricominciando a leggere "Doctor Faustus" nemmeno ci avevo fatto caso. Me ne sono accorto soltanto la scorsa domenica, al mercatino di Imbersago, quando, fra i libri usati che ho scelto di comprare ce ne erano ben due altri dello stesso scrittore, dedicati prevalentemente ai racconti.

Tornando alla Morte a Venezia, a suo tempo lo scelsi perché ne avevo sentito parlare (o almeno non mi era nuovo il titolo), e perché, sostanzialmente, sono almeno due anni che vorrei concedermi una vacanza per visitare la città lagunare -che non ho mai vista, ahimé- ma non mi è ancora stato possibile.
La trama del racconto/romanzo breve narra gli ultimi momenti della vita dell'artista Gustav von Aschenbach, "appesi" totalmente -e drammaticamente- alla figura di Tadzio, un ragazzino polacco dai tratti efebi e soffusi. Aschenbach, recatosi a Venezia nella speranza di trovare un luogo salubre nel quale riposarsi dai suoi sforzi creativi -una creatività rigorosa, disciplinata quasi al limite, che non si concede deroghe- si imbatte in una città sempre più assalita dal virus del colera, che nemmeno a lui lascerà scampo. Egli, dopo un sogno caratterizzato da esperienze orgiastiche e dionisiache, si riconosce sempre più sedotto dalla bellezza di Tadzio e prigioniero del desiderio sessuale di lui. Ecco, quindi, che si imbatte prima in scambi di sguardi sempre più insistenti, e poi in inseguimenti e pedinamenti per gli infiniti vicoli della città, in bilico tra la totale perdita del dominio di sé ed il pendere dai movimenti del ragazzo, con lo sgomento di come ciò possa accadere ad un uomo dalla tempra e dall'onore come i suoi. Alla fine, estenuato dalla malattia -della quale non sembra curarsi, incatenato com'è alla sua brama- si accascia e muore sul lido, dedicando gli ultimi sguardi al suo adorato Tadzio (il quale, a sua volta si stava dirigendo in acqua dopo un litigio con gli amici), immaginandosi in un altrove nell'intento di raggiungerlo.

Ancora una volta, troviamo nello scrivere di Mann il suo lato omosessuale sempre "represso" e dolorosamente vissuto. Inoltre, così come per la figura di Adrian in "Doctor Faustus" egli si ispirò, per il lato estetico, ai tratti di un vecchio amore non corrisposto, ed alla descrizione della musica -dichiaratamente, e con tanto di post a conclusione del romanzo- allo stile dodecafonico di Schoenberg, per von Aschenbach sembra si sia ispirato duplicemente alla figura di Gustav Mahler (del quale condivide il nome) ed al poeta August Von Platen, il quale venne a Siracusa per turismo sessuale e lì morì di colera.

Lo stile narrativo è inconfondibile, con le sue frasi articolate, con vocaboli spesso ricercati e approfondimenti nonostante la brevità. E', comunque, una sorta di novella che si lascia leggere piacevolmente, forse più passionale e istintiva anche del "Faustus", nella quale dominio di sé e impossibilità di frenare le proprie pulsioni anche più "vergognose" fuoriescono senza tanti fronzoli; Aschenbach è il prototipo della persona che si riconosce in un certo modo, ma che esperienze altre lo porteranno a cambiare idea e a sondare nuove profondità del proprio io.
Il ritmo è avvincente, meno frastagliato o "affaticato" del solito Mann, il quale si concede meno spazio a dispersioni e specificazioni, meno possibilità di perdersi in sentieri secondari. Ancora una volta, ma senza per questo apparire meno interessante, la figura della perdizione del sé di un artista, che sembra estirparsi dall'epoca romantica e trapiantarsi ad un contesto storico più vicino ai nostri giorni. Come per dirci che certe inclinazioni umane non finiscono mai di indurci a fare i conti con noi stessi; o come per ricordarci che ognuno di noi si conosce alla perfezione, ma soltanto fino a che non approccia ad un mondo o ad esperienze fino ad allora mai vissute, le quali possono stravolgere se non addirittura ribaltare l'idea che di noi ci si era data ormai per "assodata".

Lettura consigliata, almeno secondo il mio modesto parere.
Curioso anche che, da quando ho ripreso il "Faustus", sia finito apparentemente (?) involontariamente (?) a cercare altri suoi libri, altri suoi racconti, altri suoi scritti.

A presto!

Andrew

giovedì 19 ottobre 2017

Sul "Doctor Faustus" (Thomas Mann)

Agli inizi dello scorso Settembre ho ripreso fra le mani un libro che avevo abbandonato quasi dieci anni fa, più precisamente nell'Aprile del 2008, a sole 150 pagine dalla fine -su quasi 600 totali, ovvero il celebre "Doctor Faustus" del noto romanziere e scrittore Thomas Mann.
Le ragioni per le quali lo avevo abbandonato per mesi sul comodino e, una volta gettata la spugna del tutto, tentennato, spolverato e quindi rimesso in libreria, erano molteplici. Ma, una su tutte, era la sua eccessiva -almeno ai miei occhi- dispersione in contestualizzazioni storiche, che non raramente erano sempre le medesime: il periodo storico della seconda guerra mondiale, con Fürer annesso, e le varie battaglie che la sua amata Germania sostenne in quegli anni bui.
Più che tenuto con la tensione alta, mi sentivo spesso allontanato dal focus, messo in stand-by. E questa non vuole essere né una critica aspra e "facile", né tanto meno una sminuita superficiale dell'autore, ma una sincera ammissione di mie sensazioni, o forse anche meglio di miei limiti ed insofferenze, probabilmente auto-inflittemi dalle aspettative che nutrivo dopo aver letto alcuni passi focali del volume.


La storia, ambientata -appunto- in una Germania nazista, mette al centro la figura di Adrian Leverkühn, migliore amico d'infanzia dell'autore, il quale si cala nei panni di un letterato a nome Serenus Zeitblom. Adrian è il tipico bambino -e poi ragazzo- dalla mente prodigiosa, al quale nulla sfugge di alcuna disciplina; il perfetto intellettuale e filosofo, filoteologo e amante dell'arte. La facilità del suo apprendimento è più volte narrata, così come la noia, velata di superbia, che lo coglie puntualmente a metà delle lezioni. E', altresì, un bambino perennemente vittima di una forte e disturbante forma di emicrania, tanto da ridurlo a letto ed al buio non di rado.
Questi elementi ne tracciano una fisionomia flebile ma algida e distaccata, o meglio inavvicinabile. Ammirato, ma non ammiratore. Amato, ma non amabile. Quasi venerato dagli amici o dai compagni di studi, ma dei quali lui, diversamente, non sembra curarsi affatto se non durante le loro disquisizioni filosofiche e teologiche. La sensibilità di Adrian è totalmente interiore ed interiorizzata, come cacciata sul fondo di una cripta invisibile a tutti, ma che fuoriesce soltanto in piccole circostanze (commoventi le pagine dedicate al bimbo chiamato "Echo", del quale egli fa da zio paziente e dispensando coccole, storielle e passeggiate).


Senza stare a descrivere tutto il libro, fondamentalmente Mann sceglie la figura di Adrian come riflesso di una Germania tronfia che, a causa di se stessa, giungerà all'autodistruzione. Infatti, il protagonista, a metà dell'opera, si troverà davanti la figura di Mefistofele, il quale lo porterà a prendere coscienza della sua fascinazione per il demonio, adombrata dalla scusa degli studi teologici e matematici; della sua noia superba, la quale cela un piedistallo radicato nella consapevolezza di apprendere più rapidamente del normale. A lui Adrian venderà l'anima in cambio del successo sicuro e del genio compositivo: perché soltanto lo studio della musica lo porterà in un luogo ove non è tutto "finito", e quindi placherà la sua sete -o meglio, la trasformerà in una continua "tensione drammaticamente assetata"- di conoscenza e di "andare a fondo", con il destino, però, segnato e già condannato.


Le pagine indubbiamente più febbricitanti ed emozionanti corrispondono ai momenti in cui il narratore trascrive in toto il dialogo fra il musicista ed il diavolo, e quello in cui il primo giunge agli ultimi momenti prima che la sua anima venga dannata.
Il dialogo fra Adrian e Mefistofele parte in modo classico, con quest'ultimo che cerca di fare "l'affare" con l'anima del protagonista; ma, successivamente, divaga e diviene una disquisizione quasi filosofica sul male, sull'inferno, su Adrian stesso: il diavolo sembra quasi uno psicanalista, nonostante i tratti volutamente tentatori e "commerciali", nel fine di attrarre a sé il talentuoso ragazzo.
Le pagine dedicate agli ultimi momenti di un Adrian "presente e vivo" sono sconcertanti, in un continuum di crescente fibrillazione. Egli, terminata la sua ultima composizione -ovvero Lamentatio Doctoris Faustis, dichiarazione del suo patto col diavolo, organizza un grande incontro con amici, colleghi e persone corollario dei suoi anni di musica e successi -insolito per un solitario distaccato come lui, ed infatti non poche persone restano sorprese. Le fa accomodare nel salone della dimora ove lui risiede (nel piccolo paesino di Pfeiffering) e ammette, poco a poco e davanti a tutti loro, della sua antica colpa. Gradualmente gli ospiti iniziano a lasciare la sala e, quando finalmente egli si dirige al pianoforte per saggiarli di qualche esecuzione della Lamentatio, dopo i primi accordi dissonanti cade a terra perdendo conoscenza. Da qui alla fine del libro si profilerà la figura di un altro Adrian, caduto nell'oblio di una malattia mentale, che non riconosce più i cari, senz'anima né spiritualità; annichilito e magro, pallido, che tenta addirittura il suicidio.


Ecco tornare il riflesso con la situazione germanica coeva: la fine della guerra, la sconfitta, la distruzione e la delusione del cuore dello scrittore, la vergogna quasi della sua nazionalità. L'anima perduta della sua amata Germania.
Le ultime righe lasciano interdetti e senza parole, come se il volume, nonostante la sua corposità (593 pagine), non sia forse ancora del tutto concluso; o piuttosto perché nemmeno nel suo cuore, Serenus/Thomas ha davvero idea di cos'altro si possa aggiungere per chiudere un caposaldo della letteratura come questo.


Andrew




mercoledì 11 ottobre 2017

Concerto del Ensemble Vocale Odhecaton (rassegna "In Tempore Organi") - 8 Ottobre 2017

Domenica scorsa sono tornato alla Chiesa di San Nicola di Almenno San Salvatore, luogo che mi piace parecchio e nel quale -per chi mi avesse letto in precedenza (vedesi articolo QUI)- avevo assistito ad un bel concerto di musica celtica. 
La rassegna In Tempore Organi, giunta alla 21ma edizione, offre appuntamenti musicali variegati che, però, diano la possibilità al bellissimo Organo Antegnati del 1588 di far sentire la sua voce.

Copertina dell'opuscolo contenente l'elenco dei concerti della rassegna coi relativi programmi

Questa volta toccava al ensemble Odhecaton, gruppo vocale maschile di voci sceltissime, compresi registri di controtenore. 

                 [Il controtenore, lo specifico per chi non lo sapesse, è quel registro vocale maschile in grado di intonare suoni sovracuti, raggiungendo essenzialmente l'estensione femminile. Anticamente, specialmente per il repertorio sacro, l'arte del canto era riservata unicamente agli uomini. Ecco perché, per raggiungere certe note, divennero popolari i cosiddetti "evirati" o "castrati" (come il noto Farinelli settecentesco), e quindi poi i controtenori.]

I cantori erano "soltanto" 5, compreso il direttore, Paolo da Col. All'organo il custode del Antegnati, il Maestro Luigi Panzeri.
Il programma, come spiegato durante l'introduzione, prevedeva l'esecuzione di brani estratti da messe su cantus firmus o su melodie popolari o in voga e riprese da più compositori (come il celebre tema de l'homme armé) quali Josquin Desprez, Compère, Pier De La Rue; quindi, passando per altrettanti noti nomi quali Andrea Gabrieli e Adriano Banchieri, alcuni brani incentrati sul tema detto Aria del Granduca (o "di Fiorenza"), per concludere con "O che nuovo miracolo" di Emilio de' Cavalieri.

Non credo di avere parole adatte per esprimere la bellezza di questo concerto, la natura delle voci, l'impasto soave e profondo delle voci degli Odhecaton. Nulla è stato lasciato al caso, nessuna voce aveva un ché di artificioso o artificiale e l'acustica della Chiesa di San Nicola non ha certo ostacolato l'ottima ed emozionante riuscita del concerto. Nella seconda parte, l'ensemble ha raggiunto il maestro organista al piano superiore, ed hanno cantato dalla terrazza dell'organo stesso. Un'emozione indescrivibile...
Tornati "sulla terra" per ricevere tutti i meritatissimi applausi, l'ensemble ha bissato il brano di Desprez, "Tu solus qui facis mirabilia / Nobis et fallatia - D'ung aultre amer", per me la cosa più bella di tutto il concerto, nel quale le voci hanno dato il meglio del loro potenziale e della loro perffetta amalgama.

Uscendo dalla chiesa, a fine concerto, non ho resistito: sul tavolino dedicato agli opuscoli e all'iscrizione alla newsletter, ho visto le loro registrazioni della Missa Papae Marcelli di Palestrina e della Missa in Illo Tempore di Monteverdi, composizioni in assoluto fra le mie preferite di due fra i compositori italiani che più amo. Non ho potuto fare a meno di portarli via con me.








In attesa dei prossimi appuntamenti, mi godo queste incisioni pazzesche!
À bientôt!

Andrew

martedì 1 agosto 2017

Concerto per la "Nobile serata in Villa Sormani Marzorati Uva" (20 Luglio)

Due giorni dopo il Settimino di Beethoven è venuto, diciamo, il mio turno.

Ero stato contattato per tenere un concerto presso la storica Villa Sormani Marzorati Uva di Missaglia, luogo veramente suggestivo e pieno di fascino che ti porta indietro nel tempo, a quando il concetto del salotto, in cui si riunivano ospiti, amici, artisti, eruditi e musicisti era un tratto tipico di quegli ambienti. Tant'è che in questa villa c'è una vera e propria Sala della Musica, con un pianoforte Schneider di un secolo e mezzo di vita che regna al suo centro, ed attorno poltroncine e divanetti per gli ascoltatori.


Un paio di vedute della Villa e della sua Sala della Musica
La serata si è aperta con un brindisi per gli invitati e gli ospiti, quindi una visita guidata del piano terra della Villa, con il Conte Uva come "cicerone" che non ha mancato di raccontare aneddoti. 
Successivamente la prima parte del mio concerto, che prevedeva il celeberrimo Adagio sostenuto della Sonata "al chiaro di luna" -come tutti amano chiamarla- di Beethoven e la Sonata K.570 in Si bemolle maggiore di Mozart. Lo Schneider in sala ha dato del filo da torcere un po' a causa della sua età, ma la sua fascinosa sonorità d'altri tempi ha reso questi brani ancora più d'effetto.
Una dimostrazione di show-cooking di alta pasticceria ha seguito questi brani, ed ha regalato agli ospiti un momento di svago, chiacchiere e degustazioni in terrazza, fronte giardino, circondati da candele accese, il mormorio delle piante al vento e un principio di notte stellata poco sopra.


Quindi sono tornato io, con la seconda parte del mio concerto, dedicata brani di Chopin, come il noto Preludio n.15 "Goccia d'acqua", il Notturno Op.48 n.2 o il Lento con gran espressione... ...fino a concludere con il preludio "...les sons et les parfums tournent dans l'air du soir..." e l'altrettanto celebre Clair de lune di Debussy. Questa volta è stata lasciata libertà al pubblico di restare in Sala della Musica o concedersi l'ascolto dall'esterno, godendosi una bella luna sovrastante.

Chiude la serata una visita ai piani superiori della Villa ed un saluto agli ospiti.
Bella occasione di suonare per delle persone attentissime (qualcuna così tanto da filmarmi per un intero brano girandomi intorno o standomi a pochi centimetri!) che hanno saputo apprezzare le varie sfumature di tutta la serata.
Lascio qualche fotografia scattatami durante le prove ed il concerto, e ringrazio l'organizzazione per avermi contattato. Ho ricevuto molti feedback positivi!






Andrew