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lunedì 3 luglio 2017

"L'ultimo dei Mozart" di Jacques Tournier

Quando sono partito per l'isola di Corfù, lo scorso 2 Giugno, ho deciso di portare con me "L'ultimo dei Mozart", libro di Jacques Tournier. A me sconosciuto, lo avevo scovato un po' di tempo fa in una libreria milanese di seconda vendita. Pagato pochissimo, mi aveva incuriosito.
Il giorno prima di partire stavo pensando di portare con me l'ultimo volume della Recherche di Proust -avevo appena concluso il volume precedente, iniziato più di un anno prima, e letto a fasi- ma alla fine ho deciso di sterzare e cambiare mood. Mi sono come imposto di scegliere un libro di cui non avessi la minima idea, e quello di Tournier è stata la mia scelta istintiva.
Sin dalle prime pagine, sull'aereo, il volume mi ha rapito. Il linguaggio di Tournier è fluido, a tratti pieno di adolescenziale passionalità e di poetico struggimento, tanto da sembrare scritto da un ragazzo ancora in preda agli stupori e alle enfasi che l'approdo all'età adulta cerca ancora di serbare per sé. La figura di Franz Xavier, ultimo figlio del grande Wolfgang Amadeus nonché protagonista del libro, viene delineata spesso in modo indiretto, sottolineando soprattutto il suo sentire e il suo modo di vivere e di elaborare intimamente gli eventi: il peso condizionante e annichilente della fama del padre, che nel bene o nel male lo accompagnerà fino al suo trapasso, il suo amore trascinante e forzatamente tenuto in silenzio per Josepha, donna già moglie di Calcabò; la stanchezza e le preoccupazioni che lo accompagnano nei suoi viaggi per l'Europa tanto quanto l'entusiasmo quasi riverenziale per la figlia della sua amata, Julie, che diviene sua allieva-pupilla di pianoforte; la desolazione mista a sorpresa e a sorda malinconia nel venire a sapere, mano a mano che il tempo passa, ogni volta e ad ogni incontro -con una ormai anziana e semicieca Nannerl (sorella maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart), la madre Costanze, la zia Aloisia Weber, il fratello maggiore Carl, la cosidella "la Basle" e così via- maggiori informazioni sulla figura paterna, sul suo carattere imprevedibile, la sua fantasiosa sboccatezza, la sua maniera lacerante ma assolutamente solitaria di vivere il dolore quando in sventurati momenti...
Tutto questo viene trasmesso a chi legge in modo molto forte, grazie ad un uso quasi totale del discorso diretto, il che dà anche l'idea di assistere ad una commedia se non addirittura agli eventi stessi, riportati illusoriamente nella realtà odierna. Si ha l'impressione di vivere la malinconia di Franz Xavier per non avere avuto, come il fratello Carl, l'occasione di conoscere e di dormire una notte intera abbracciato al proprio padre; il peso schiacciante -alimentato dal bisogno viscerale della madre Costanze di erigere un monumento/museo alla figura del marito come memoria della sua grandezza- per essere visto come un "Wolfie II" ma senza la genialità del I, e quindi senza il medesimo riconoscimento; la nostalgia di un'amata che non può rispondere alle sue lettere per sicurezza, aggrappandosi quindi a ricordi di notti d'amore vissute in penombra, di baci dati di nascosto, al lume di candela, di sospiri che si tengono a echeggiare nel petto per continuare ad alimentare quel fuoco che, da solo, deve fronteggiare la sventura, i mesi che passano, la solitudine.
Certamente molte cose sono state romanzate da Tournier, ma i riferimenti a date precise e ad eventi specifici rendono questo libro una biografia -sì parziale, ma verosimile- speziata da una componente narrativa trepidante ed inquieta.
Quando, verso la fine di Giugno, ho letto le ultime pagine ed ho (come mia usanza) scritto la parola "fine" e la data al di sotto, ne sono uscito quasi dispiaciuto. "L'ultimo dei Mozart" mi ha emotivamente portato con sé, condotto fra momenti di melanconia e di mielata serenità, di amore passionale e di drammatica vita.
Se avesse avuto un'altra manciata di pagine, avrei continuato a goderne ancora.
Lettura che mi sento di consigliare, anche a chi non è avvezzo al mondo della musica cosidetta "colta".

Andrew

lunedì 15 maggio 2017

Concerto "Arpa e Art Nouveau" di Giuliano Mattioli a Villa Guardia

Non avevo mai avuto occasione di ascoltare un concerto per arpa solista. L'arpa è uno strumento meraviglioso, sia dal punto di vista estetico -specie se si tratta di una Erard Luigi XVI come quella che ho potuto addirittura osservare da pochi centimetri di distanza- che da quello musicale, tante sono le sue capacità espressive e sonore.
Sabato scorso, 13 Maggio, sapevo che il mio "collega" e amico Giuliano Mattioli avrebbe tenuto un recital interamente dedicato al suo strumento, con una selezione di brani per sola arpa e per arpa in accompagnamento alla sua stessa voce, così mi sono tenuto libero appositamente per non perdermi la chance di esserci.
Certamente non sono la persona più ricca di esperienze musicali, di concerti assistiti e quant'altro, ma credo sia stato uno dei concerti più particolari, belli e interessanti a cui ho avuto piacere di presenziare. 

Il titolo della serata era "Arpa e Art Nouveau". E ciò non è soltanto voluto, ma anche assolutamente azzeccato: un programma che mostrasse le grandi capacità di questo strumento nel periodo del suo -se possiamo dirlo- massimo splendore, ovvero la Belle Epoque; ovvero Parigi, ovvero i decenni a cavallo fra la fine del '800 e l'inizio del '900.
Ho apprezzato l'introduzione che Giuliano ha fatto al suo concerto, così come ad ogni "fase" del suo programma: ha avvicinato il pubblico al repertorio e ha dato ologrammi di ciò che potevano essere i tempi, i contesti in cui i pezzi sono stati scritti, senza risultare prolisso o inutilmente dilungato. Il programma conteneva sia composizioni originali che trascrizioni, e brani in cui l'arpa faceva le veci del pianoforte nei Lieder e in cui lui stesso cantava accompagnandosi. 
Proprio quest'ultima tipologia di momenti hanno stimolato la mia immaginazione, catapultandomi -per assurdo o strano che possa essere- ai tempi dell'antica Grecia, in cui la monodia vocale accompagnata dalla lira era una pratica peculiare. 
Un momento della serata, con Giuliano che illustra il programma
Il programma si è aperto con una trascrizione di Grandjany del Largo della Sonata per violino BWV 1005 di J. S. Bach, succeduto dal famosissimo Coucou di Daquin nella trascrizione di Renié, che io conoscevo soltanto nell'esecuzione pianistica di Gyorgy Cziffra. E' stato bello e divertente vedere come una stessa partitura possa cambiare, sembrare quasi un'altra, nell'espressione e nel "colore" oserei dire, al cambiare dello strumento.
Dopo l'arietta Amore e morte di Donizetti da Soirées d'automne a l'Infrascata e la celebre Ouverture della Gazza Ladra rossiniana nella trascrizione ben riuscita di Bochsa, ecco giungere a due brani -molto belli!- concepiti proprio per l'arpa: l'Etude Op.34 n.38 sempre di Bochsa, e il Prélude Op.53 n3 di Hasselmans (compositore del quale, onestamente, conoscevo a malapena il nome). Quest'ultimo mi ha ricordato il clima di certe composizioni appassionate di Schumann, o certi lieder di Schubert con la stessa inquietudine poetica.
Ma è con il successivo Ravel e le sue Cinq mélodies popoulaires grecques che, a parer mio, la serata ha toccato il punto più alto. Conoscevo già questi brevi brani -uno, la Chanson de cueilleuses delentisques, l'ho utilizzato anch'io per un esame di lettura della partitura, anni fa...- ma era la prima volta che li ascoltavo eseguiti per intero e con l'arpa in ruolo d'accompagnatore: sono stati bellissimi, a tratti anche commoventi. Trovo la voce di Giuliano assolutamente adatta al suo strumento, una voce che non ha l'impostazione lirica di un possente tenore d'opera (forse troppo "invasiva" se associata a uno strumento così particolare e pieno di personalità) ma che si amalgama benissimo con le sonorità dell'arpa. Nel filmato seguente si possono ascoltare tre delle cinque mélodies, eseguite proprio da Giuliano:


Il programma prosegue con una stupenda Légende di Cesare Galeotti piena di slancio febbrile, peccato che il fato abbia voluto far rompere una corda sul momento più bello! Ma ciononostante l'esecuzione è stata più che ben riuscita e l'emozione non ha subito alcuno scossone: anzi, forse il pubblico si è unito a Giuliano, infatti è sfociato in un applauso.
Quindi è stato il turno del brano Morire? di un riconoscibilissimo Puccini, per voce e arpa, e del lied Ce que chante la pluie d'automne di Tournier, che ho molto apprezzato.

Concludono il concerto La lettre du jardinier per voce e arpa ancora di Tournier, e le variazioni per arpa sola sulla melodia popolare russa "Nochenka" di Vinogradov. Entrambi i brani li ho apprezzati molto, specialmente le Variazioni, nelle quali il colore tipicamente russo era molto presente. Giuliano ha letto il testo della lettre prima di eseguire il lied, dando al pubblico la possibilità di gustare la bellezza della musica grazie anche alla conoscenza del suo contenuto.

Un applauso prolungato richiama l'esecutore sul "palco", che ringrazia e saluta i presenti con l'allegria "spavalda" di una canzone napoletana di Donizetti, Me vojo fà 'na casa.
Veramente un ottimo concerto, con una scelta di repertorio che ho caldamente suggerito a Giuliano di riproporre, qualora ne abbia occasione.

Andrew





sabato 13 maggio 2017

Etude-Tableau

Crolla in pezzi un faro di mare, crolla
a rilento
schiantandosi nelle onde:
assoluto
completo silenzio

E' sabbia stanca, è carta pesta
mattoni e malta hanno esaurito le forze

Si apre nel nulla
una lenta, dolcissima musica
mentre tutto crolla in silenzio.
E' un Etude-Tableau di Rachmaninov

La fiaccola del faro
ingoiata dalla foga della tempesta
continua a brillare dal fondo del mare.

Andrew

lunedì 8 maggio 2017

Il silenzio e la polvere

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo.
Si squarciano nonsense, simboli difficili anche per simbolisti allenati e allucinazioni che squietano anche i migliori romantici. Tutto ciò è accompagnato da due cose: il silenzio e la polvere.
Il silenzio rotola accanto, mentre la polvere avvolge. Entrambi inerti, quasi comodi e quasi anche compiaciuti. E quando l'occhio si posa si questa scena con la consapevolezza che accade davvero, non ha voglia di combattere. Non ha voglia di (re)agire, non ha voglia di intervenire ma lascia fluire restando a guardare, passivamente. Lascia impassire questo sgretolamento perpetuo, questa levigatura paziente e continua.
Il silenzio allude ad illudere che tutto ciò sia un frammento infinito ma un frammento, e quindi finito in se stesso, verosimilmente innocuo, immobile e incasellato: una sorta di porzione di filmato che si ripete roteando su se stesso, e nella cui inquadratura non c'è nulla che testimoni un cambiamento. Forse due fili d'erba a bordo strada che si muovono sospinti dall'aria di città, o qualche pezzo di carta o un mozzicone gettato come testimoni di un'evoluzione terminata e intrecciata nel corso degli eventi così com'è, destinata a non ricevere alcuna alterazione. La polvere è il simbolo del tempo che invece passa, che trascorre e porta con sé tutto ciò che trova: una inapparente, violenta piena di fiume. La polvere si (ri)posa sulle cose senza fare rumore, senza disturbare, ma lentamente ne nasconde le vere caratteristiche, ne opacizza i colori, le rende meno interessanti, meno degne di attenzione. Paradossalmente, l'immobilità di un oggetto è trasfigurata dal depositarsi della polvere, che non ne altera lo stato o la posizione, ma attesta -attraverso il suo spessore- che il corso degli eventi non è intervenuto in quel punto in particolare, ma ha trascinato quest'ultimo con sé così come lo ha raccolto.
Le istantanee non sempre sono felici espedienti con cui avere souvenir di ciò che è stato e -forse- non sarà più; non sempre sono ritratti di un tempo felice o triste che si sente il bisogno di perpetuare -materialmente, di volta in volta, momento dopo momento- nel presente: spesso sono contrappassi, sono esangui torture, riesumazioni che stridono come gesso sulla lavagna, che lanciano fitte al fianco. Costrette e costrittive, sadiche memorie.

Tutti vediamo come ogni cosa rotoli, seppur lentamente, verso il nulla. Ogni cosa si autodistrugge inevitabilmente, e spesso dà l'impressione di trarre piacere nel farlo. 
Tutto ciò è a tempo presente, ma ogni momento che passa è già finito, morto e andato. Non c'è rete abbastanza fitta o abbastanza grande che permetta di ripescarne anche solo uno.
E, di fronte a tutto ciò, a tutto questo condursi al niente, forse, perdersi un po' -o per sempre- non è sbagliato: dà l'illusione (che, così tanto sovente, diventa necessaria e quasi vitale pur sapendola come tale) di abbandonare le braccia ed essere immobili; di adagiarsi e di aver "comprato" un po' del tempo che passa per tenerlo fermo; di non perdere la vita.
Ci si fa amici il silenzio e la polvere, una penna che scrive, un oggetto dell'infanzia o un goccio di assenzio per sopravvivere a quest'opprimente biglia rotolante verso l'ignoto, il cui sussurro discreto finisce per diventare un assordante grugnito. 
Viva la perdizione, il crogiuolo e l'oblio. Vivano essi, fonti pure di ossigeno per gli animi insofferenti.
Vivano sempre gli strumenti che consentono all'uomo di raggiungere questa pausa sul pentagramma senza fare male né a se stesso, né a nessun altro.
Perdersi non è peccato. E' aver sempre bisogno di trovarsi, che ci tiene in gabbia.

Andrew

domenica 30 aprile 2017

InContro

Sbattono
ali stanche di farfalla

[Si ostina a baciare un lampione]

Chiusa
in una scatola d'amore
frenetica
sviolina e si dimena

[Non vede le sbarre: morirà
di docile noncuranza]

Braci di raso
un palcoscenico sporco
per danze estatiche e dolorose

Solitarie

Polveri d'ali
incantano gli occhi ingenui delle stelle


Andrew


lunedì 24 aprile 2017

Perché proprio "Metathymos"?

Da quando ho riaperto questo blog, è successo che più persone siano venute a chiedermi che cosa ci fosse dietro il titolo che porta, quali motivazioni e così via. 
Metathymos è ovviamente una sorta di neologismo. Premetto che non ho alcuna conoscenza di greco antico, pertanto non ho certo la certezza né la presunzione di aver inventato una parola che possa esistere davvero. Però posso dire che la sua origine non è casuale e, nonostante ami le belle sonorità anche nelle parole e trovi che Metathymos suoni bene, non ho cercato affatto una parola ad effetto o volutamente insolita.
Tutto nasce da un sogno che ho fatto ormai diversi anni fa. Un sogno, direi, ai limiti del fantasy di certi libri -che non ho mai letto- o di certi film molto noti che non cito (che ho avuto modo di vedere solamente l'anno scorso): in un clima atemporale -ma sicuramente non contemporaneo- di famiglia povera, molto povera, e a contatto con personalità magiche.
Mi trovavo in questa casa dall'atmosfera grigia, silenziosa, più che modesta. Una sorta di quelle case di campagna, di decenni e decenni fa, con le pareti irregolari, le sedie di legno e paglia, il tavolo fatto artigianalmente con delle assi inchiodate fra loro, un grande camino (spento) con a fianco una cucina avvolta un po' nell'ombra. Sembrava che abitassi in questa casa con una coppia molto anziana: lei piccola e gracile, vestita di nero e con i capelli grigi, raccogli in uno chignon con delle forcine; lui non molto più alto, dalle spalle più robuste ma un po' curvo come lei, pochissimi capelli bianchi, senza barba e anch'egli vestito di nero, ma con una camicia scozzese sotto. Entrambi, silenziosi, con un'espressione di mestizia ed umiltà disegnata in volto: gli occhi bassi, le labbra chiuse.
Da una grande finestra (o, forse, sarebbe meglio dire "apertura", perché io non ricordo di aver visto una vetrata, ma soltanto della luce esterna provenire come da un varco sulla parte alta di una parete) entrava un bagliore serale, post tramonto, quasi lunare. Si apparecchiava per la cena, senza dire una parola. Senza una luce, nemmeno di candela. Tre piatti con della minestra, un tozzo di pane al centro della tavola, tre piccoli bicchieri di vetro consunto ed una bottiglia di vino.
Ad un tratto, due donne -che io direi maghe o streghe, per come le ricordo- apparirono in casa entrando da quella strana finestra e ci attaccarono, lanciando come fasci di luce e forte vento che spostavano e rompevano tutto ciò che c'era in casa. Io e quella "mia" famiglia ribaltammo il tavolo, volgendo il piano in verticale e riparandoci dietro: non potevamo fare altro.
Preso dal timore che a quei poveri signori potesse accadere qualcosa, e continuando a non capire perché ci avessero presi di mira, urlai contro alle due donne: "Cosa volete da noi?! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Mi risposero: "Vogliamo qualcosa che tu hai, che noi sappiamo essere tuo".
Io, ancora più ignorante, implorai di lasciare in pace la coppia di anziani e di smettere di accattarci. In cambio mi sarei alzato ed avrei cercato, con loro, di capire cosa volessero esattamente.
Si fermarono. Mi alzai un po' incerto, ed andai verso di loro. Una delle due disse che io avevo una sorta di "specchio" dentro di me, in grado di aprire le profondità delle anime umane, ma che nessuno avrebbe potuto togliermi senza il mio consenso, oppure morendo. Pregandole di non uccidermi, accettai di seguirle e di vedere cosa potessi fare con loro.
Una di loro mi disse sorridendo, quasi imbonita: "Ma noi non vogliamo ucciderti, ci basta il tuo supporto!". Mi voltai verso quei miei due "genitori", li salutai in modo malinconico mentre si stringevano in un abbraccio come d'addio, e mi voltai.
Di colpo la scena cambiò, e mi trovai in una stanza (o una grotta, non ricordo benissimo) piena di luce gialla, come se fosse circondata di fuoco. Ma stavo bene e mi sentivo al sicuro. Mi portarono davanti ad un enorme volume. Sulla copertina c'erano due parole: "META" e "THUMOS". Le lessi a bassa voce, e le maghe mi dissero che solo una persona avrebbe visto quei simboli come parole (io vedevo comunque normalissime lettere) ed era colui a cui era stato affidato tale "specchio".
Le guardai in volto, accorgendomi che non avevano un aspetto così minaccioso.
Una mi mise una mano sulla nuca, e sorridendomi mi disse: "Adesso puoi andare, il tuo specchio sarà sempre in contatto con noi. Grazie di esserti fatto coraggio".
E mi svegliai.

Da questo sogno nasce il nome del mio blog. Scoprii più tardi, cercando qui e là, che la parola "thumos" si legge così ma in verità si scrive "thymos", ed è una delle sfumature in cui l'anima viene suddivisa dai greci antichi. "Thymos" è l'anima emozionale, ha una associazione con il respiro o il sangue e spesso è usata anche con il significato di impulso interno, agitazione, tormento. Inoltre, si usa anche si per esprimere il desiderio di essere riconosciuti che per indicare una possessione permanente di una persona, la quale governava il suo pensiero ed il suo sentimento.
Platone suddivide l'anima in 3 parti: nous l'intelletto, thumos la passione, ed epithumia l'appetito. Thumos, fra loro, è la parte collegata alle emozioni ed all'emotività e, insieme a nous, governa epithumia.
Ecco perché il sottotitolo è "la metamorfosi dell'anima": "meta" è il prefisso che riguarda il cambiamento, che io vedo come crescita, maturazione, evoluzione e dissolvimento. Se aggiunto a "thymos" può essere interpretato così.
Ho sempre trovato bizzarro e stupefacente come un sogno possa diventare rivelatore, usando un codice che nemmeno fa parte delle conoscenze del sognatore. Ma, in ogni caso, sento Metathymos come un nome molto motivato e profondo, e mi piace ciò che porta con sé.

Andrew

venerdì 21 aprile 2017

Marco Greppi: prossime esposizioni pittoriche "around the world"

Oggi voglio condividere qui i prossimi appuntamenti del mio caro amico Marco Greppi, pittore autodidatta che negli anni ha visto crescere sempre di più l'attenzione e la considerazione nei confronti della sua Arte pittorica.
Non ha mancato, infatti, di ottenere premiazioni di rilievo in alcuni concorsi pittorici, ed occasioni per esporre in importanti località in Italia e all'estero (Milano, Torino, Como, Roma, Montecarlo, Montpellier, Parigi, Madrid...).

Prossimamente i suoi quadri viaggeranno ancora più in là, toccando città come Dubay, New York, Gubbio e Firenze.
Ecco, nella fotografia sottostante, tutte le informazioni a riguardo:

Consiglio vivamente di andare a fare visita, qualora sia possibile. L'Arte di Marco merita di essere osservata ed assaporata da vicino.
Lascio anche il link del suo blog personale, per coloro che volessero saperne di più: Marco Greppi Art.

Prossimamente pubblicherò qui anche una sorta di dialogo-intervista fatta proprio con lui. Credo sia utile ed importante avere una chance per ascoltare e leggere la voce dello stesso autore.

A presto!
Andrew

domenica 16 aprile 2017

Feu follet

Stasera il soffitto in cui si smarrisce il mio sguardo è quello di casa tua. Anche se i miei occhi bucano il tetto e si spingono oltre, sarà forse il mio corpo che la gravità persiste nel tenere a terra, percepisco il vuoto di questo appartamento, carente della tua presenza in questi ultimi giorni.
Come ologrammi, ripercorro i tuoi passi e le tue abitudini di casa, che ho visto tante volte. Il diffusore è spento, la sua spina staccata, eppure è come se una linea di profumo passeggiasse tutto intorno.
Mi hai lasciato la tua casa, le chiavi per andare e venire se e quando ne avessi bisogno. La libertà di usare la tua coperta, il tuo computer -dal quale sto peraltro scrivendo- o il permesso di accarezzare il tuo peluche prediletto. Perché tu mi conosci, mi hai conosciuto, e credo più di chiunque altra persona hai capito quanto possa avere a volte bisogno di andare altrove: non per fuggire (il cielo è lo stesso, l'ho scritto prima), ma per ricaricarmi. Hai riconosciuto la mia singolarità, e non giudichi il mio modo di viverla o di confrontarmi con certi aspetti della mia quotidianità.
Non mi serviva la compassione, mi bastava non sentirmi solo nel vederla così. Anche se spesso mi oblio nel buio, a conti fatti la pelle dura non mi manca. Certo non lenisce la stanchezza, l'indolenza di vivere -o forse sarebbe più giusto dire il malessere di vivere- che mi scorre nel sangue, ma fa da salvavita quando piombo a peso morto sulla mia inerzia e accetto di ricevere addosso qualunque cosa, purché mi si lasci in pace e non mi si prenda attivamente in causa.
Ami la mia melanconia. Accudisci la mia insofferenza, la rabbia che si autofeconda quando vivo l'ingiustizia. Hai imparato a sentire gli urli dei draghi invisibili che nascondo oltre i miei silenzi, oltre il mio riserbo. A vedere quel bimbo ritratto il più possibile su -e in- se stesso, in penombra... che è la mia vergogna.
Questa sera sono qui, ma sto per andarmene, spegnere le luci, il computer, la musica e tornare a casa a dormire. Un poco alla volta il mio sguardo, che si è slanciato, come un fuoco d'artificio, verso le stelle, torna giù, saluta le nuvole e si ripiega su di sé, ripercorre i passi fatti per tornare qui, fra le mie mani, si specchia.
Brilla una luce per un attimo, una neonata meteora ritrovatami fra le mani.

Andrew

giovedì 13 aprile 2017

Concerto del Trio Carducci per "I concerti dell'Accademia Santa Cecilia Bergamo"

Martedì sera, 11 Aprile scorso, mi sono recato al Auditorium S. Alessandro di Bergamo per assistere al concerto del Trio Carducci. Non avevo ancora avuto modo di ascoltarlo, perciò mi ero segnato in agenda già da qualche giorno l'occasione, per evitare di perdermela.

Il Trio, di recente costituzione (2016) è formato da tre figure femminili: Germana Porcu al violino, Matilda Colliard al violoncello e Sara Costa al pianoforte. Conosco ormai da qualche anno sia Germana che Sara, e nutro per loro una certa stima come musiciste: ho assistito a diversi concerti solistici e cameristici di Sara dal 2011 ad oggi, ed ho più volte sentito suonare Germana in conservatorio, quando frequentava il biennio di violino. Entrambe hanno, nel loro bagaglio di esperienze, diverse esibizioni e diversi concorsi vinti, hanno curato la loro formazione ed il loro perfezionamento con più insegnanti, anche di spicco.
Matilda resta l'unica componente che non conosco: ho avuto modo di leggere il suo curriculum (che non lascia certo spazio a dubbi sulla preparazione) ma non ho mai assistito a suoi concerti od esibizioni.

Il Trio Carducci all'apertura del concerto.
Ero davvero curioso di ascoltarle. Anche per il bel programma previsto: il primo Trio Elegiaco di Rachmaninov, il Trio "Gipsy" di Haydn e, nella seconda parte, quella meraviglia musicale che è il Trio Op.8 di Brahms.

L'inizio è stato uno dei momenti più magici di tutta la serata: già dalle prime note dell'entrata del pianoforte, dopo le battute introduttive dei due archi, si è subito creato un clima sonoro bellissimo. E altrettanto immediata è stata la sensazione di coesione ed affiatamento delle tre componenti, con bellissimi scambi e partecipazioni che hanno impreziosito il valore già alto del Trio Elegiaco, che si è chiuso in un soffio di fiato, come quasi interrotto improvvisamente (anche se, in verità, concluso), lasciando una sensazione come di "sospensione" e di desiderabilità che ho pienamente gustato.

Il Gipsy Trio di Haydn ha messo in luce tutta l'agilità elastica di Sara ed il brio (soprattutto nel terzo tempo) di Germana, con fiumi di note rapide, dalla tipica accentazione ongarese. Il movimento centrale, morbido e cantabile, è stato inanellato benissimo, soprattutto negli equilibri sonori, che hanno dato ampio spazio di espressione a tutti e tre gli strumenti, violoncello compreso.

La seconda parte, con il primo Trio di Brahms, in Si maggiore (tonalità che io prediligo, forse, su tutte le altre, non chiedetemi perché) è stata la prova più ardua -ma non per questo poco riuscita- del Trio Carducci, che ha scelto -se non sbaglio- la seconda edizione dello stesso, riveduta dal compositore nel 1891.

La prima pagina del Trio Op.8 di Brahms
Splendido il tema di apertura, che ha ribadito Matilda al violoncello con un suono pieno di tenera espressività. E altrettanto azzeccata è stata, a mio avviso, la scelta dell'andamento: non è più l'Allegro con moto della prima edizione, ma un Allegro con brio -peraltro in tempo tagliato e non in 4/4, come la versione del 1854- che, per quanto si srotoli spesso con un carattere pacato e narrativo, dolce e intimo, non manca di momenti più svegli che danno delle belle sferzate di colore.
Lo Scherzo, ricco di pulsione ritmica, si è chiuso con gli arpeggi liquidi e scintillanti del pianoforte, sospesi sull'armonia di tonica maggiore, tenuta dal pedale e sottolineata dal pianissimo degli archi.
L'Adagio è stato l'altro bellissimo -direi quasi destabilizzante- momento poetico della serata: sonorità fantastiche, un clima di introspezione e di calore ha pervaso tutto l'Auditorium. Sono rimasto praticamente immobile e in apnea fino allo spegnersi dell'ultimo accordo. Meravigliosa anche la sezione centrale, con il solo espressivo del violoncello, sorretto appena dal pianoforte.
L'ultimo movimento, l'inaspettato Allegro in tonalità omonima minore, con i suoi ribaditi cromatismi e il suo persistente ritmo puntato, chiude, non senza episodi parecchio ardui per i tre strumenti, in maniera perentoria e drammatica questo fantastico Trio, che Brahms concepì a soli 21 anni.

Ancora una volta, un concerto che meritava davvero di essere ascoltato, da molte più persone di quelle presenti.

Andrew




martedì 11 aprile 2017

Concerto del Ensemble Baroque "C. A. Marino" (Albino Classica, Concerti itineranti - XVI edizione - 2017)

Sabato scorso, 8 Aprile, nel pomeriggio stavo ascoltando online un po' di musica barocca, eseguita con strumenti antichi. Per quanto io sia -almeno da formazione, non certo per accollarmi titoli od etichette che possano, ipoteticamente, "pompare" la mia immagine (della quale, a dirla tutta, non mi curo più del minimo sindacale)- un pianista, la musica antiqua -se così la posso chiamare- mi ha sempre affascinato molto, soprattutto se eseguita con strumenti che tentino di rievocare le sonorità dell'epoca a lei contemporanea. 
Ho avuto occasione, durante gli studi, di frequentare due corsi -obbligatori- di prassi esecutiva clavicembalistica, e grazie a loro ho capito quanto mi piaccia il repertorio barocco. Chi lo sa, magari un giorno potrò approfondire la cosa, e magari -perché no?- guadagnarmi uno strumento adatto a tutto ciò (in riferimento a questo ultimo dettaglio, forse ho sparato troppo alto...).
Tornando a monte, sabato stavo, appunto, ascoltando un po' di musica barocca, e ho deciso di cercare se, nei dintorni, ci fossero concerti o esibizioni dello stesso tipo: ho avuto pochissime occasioni di assistere live a certi concerti nella mia vita -lo ammetto: a volte, anche per mia carenza di iniziativa- e mi piacerebbe arricchirmi di esperienze del genere. Scandagliando il web, sono finito su una pagina che annunciava l'esibizione del Ensemble baroque "Carlo Antonio Marino" e del flautista Raffaele Trevisani per conto di Albino Classica, una rassegna annuale di concerti classici itineranti promossa dal comune di Albino (Bergamo) in collaborazione con l'associazione "Carlo Antonio Marino". In programma musiche di Vivaldi, Locatelli, Albinoni, Schiatti (compositore semi-anonimo del quale accennerò più avanti) e, appunto, Marino. La direzione del Ensemble, affidata a Natale Arnoldi.

Ecco il programma per intero
L'idea mi è sembrata interessante. Ma non solo: facendo caso anche al fatto che l'ultimo concerto a cui avevo "assistito" (escludendo il mio, tenuto il mese scorso) risaliva a diverso tempo fa, ho deciso di andare. Mi sono quindi diretto alla chiesa di Casnigo, piccolo comune della Valle Brembana, e sono arrivato giusto in tempo per prendere posto prima dell'inizio del concerto.

Il primo brano, la Sinfonia "al Santo sepolcro" di Vivaldi, è, su tutto il programma del concerto, forse il brano che più mi ha colpito.
Si tratta di una sorta, a conti fatti, di Sonata a 4, in due tempi: Adagio molto e Allegro ma poco. Scritta, con buona probabilità, per le celebrazioni della Passione di Cristo, teoricamente andrebbe eseguita -diversamente da come l'Ensemble l'ha proposta- senza continuo o cembalo aggiunti. Immagino che Vivaldi desiderasse concentrarsi sulla carica meditativa e, mi viene da dire, "struggente" della musica, non su effetti stravaganti molto comuni nel barocco veneziano di quell'epoca. 
Il primo dei due tempi -entrambi molto brevi- è una sorta di contrappunto libero con una carica cromatica notevole: già dall'inizio Vivaldi sceglie la dissonanza, con un ingresso della sopradominante che si "scontra" con una dominante che apre, isolata, il brano: quindi, un bel intervallo di seconda minore, un semitono carico di sofferente espressione. Da qui, il pezzo si articola -sembra- in tre piccole parti, ognuna delle quali "casca" su un accordo coronato di dominante, con  la tipica terza piccarda. Fra di esse, libere "divagazioni" armoniche, ritardi, sincopi, appoggiature, imitazioni e quanto altro di caratteristico del periodo.
Il secondo tempo è una doppia fuga, caratterizzata anch'essa da un uso denso della cromaticità -in particolare per moto contrario, da tonica a dominante e viceversa- e delle note ribattute. Prima della conclusione si "srotola" un pedale di dominante di dieci battute, sopra il quale si articola l'ultimo stretto. Una tipica cadenza autentica (ma non perfetta) fa da conclusione, preceduta, anche se solo per un attimo, dal ritorno di quella dissonanza di seconda minore iniziale, "causata" dalla viola.

Tralasciando la Sonata a 5 di Albinoni, un altro brano che mi ha colpito è il Concerto per flauto traverso, archi e continuo di Giacinto Schiatti. Quest'ultimo fu un compositore di origini italiane vissuto a cavallo della metà del 700, ma operativo quasi esclusivamente in territori germanici.
Il concerto che ci ha lasciato è veramente interessante, e per il flauto non mi è sembrato affatto una passeggiata: tantissime note in rapida successione, salti anche molto ampi, trilli uno dopo l'altro. Eppure non c'era nulla di "pacchiano" o forzato in tutto ciò, ogni cosa fluiva piacevolmente. Di sicuro anche la bravura di Trevisani ha aiutato non poco la riuscita dell'esecuzione: flautista dalla tecnica veramente impeccabile, suono mai sporco, perfetta intonazione.
Non posso negare, però, che, in quanto egli solista in quel momento, mi sarei aspettato un po' più di spirito "protagonistico" diciamo: più che per atteggiarsi, per accrescere di significato la musica stessa. Sarà una mia personale -e discutibilissima- idea, ma un esecutore sempre fermo immobile, con gli occhi perennemente attaccati allo spartito ed un volto dall'espressione a tratti quasi "assente" questa volta mi ha trasmesso poco senso del "piacere", per quanto fosse di indiscussa bravura.

Un momento del Concerto di Giacinto Schiatti, con Trevisani al flauto traverso
La seconda parte -senza pausa alcuna dalla prima- comincia con un Concerto a 5 con violino obbligato dello stesso Marino: ammetto la mia ignoranza a suo riguardo, ma il brano mi è piaciuto molto, e non mi sembra che abbia molto da invidiare ad autori come Vivaldi e Albinoni. 
La parte di violino obbligato è stata eseguita con ardore e partecipazione da Cesare Zanetti, violinista e docente che ho visto più volte al Conservatorio, ma con cui non ho mai avuto modo di interagire.
Segue un Concerto a 4 di Locatelli, altro autore di cui forse non ho mai ascoltato nulla. La sua musica è frizzante, intrigante, non banale. Una persistente alternanza di "tutti" e "soli", o di episodi mossi e densi contrapposti a momenti più distesi e cantabili caratterizzano lo stile del compositore italiano.

Il concerto si chiude con Vivaldi ed il suo Concerto di Do minore per archi e continuo, autore con cui si era anche aperto lo stesso concerto. 
Breve e conciso, ma molto omogeneo nei tre tempi grazie a un ottimo sfruttamento del materiale musicale. Degno di nota è l'episodio fugato che apre il Largo, creato grazie alla ripresa delle prime note dell'Allegro iniziale, .
Fugato -anzi, una sorta di fuga a tutti gli effetti- è anche l'Allegro conclusivo, più sveglio ed accattivante del primo tempo, che firma la fine in modo più deciso e forse più drammatico.

Dopo la ripetizione dell'ultimo brano, a mo' di bis, faccio cadere gli occhi sull'orologio: sono le 18.30. Il concerto è durato quasi un'ora e mezza e non me ne sono manco accorto. Segno che ho fatto più che bene a percorrere la strada fino a Casnigo (non proprio a portata di mano per me) e ad essere presente a questa -per me- inusuale occasione musicale.

Andrew


PS - Il presente articolo non vuole essere ergersi a recensione, né avere intenzioni affini. E', piuttosto, una narrazione, una pagina del mio diario di "musicofilo vagabondo" che volevo semplicemente condividere. Mi auguro, qualora qualche persona del Ensemble o dei presenti finisse su questa pagina, di aver fatto cosa gradita.