RIGHTS / DIRITTI

--- TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI / ALL RIGHTS RESERVED ---
E' vietata la copia, o l'utilizzo, anche parziale, dei contenuti di questo Blog (testi, fotografie o quant'altro) senza l'autorizzazione dell'autore / Copying and any contents using from this Blog are strictly denied without the permission of the author

lunedì 9 dicembre 2013

Récital per i "Weekend Donizettiani"

Sabato 21 Dicembre p.v., alle ore 16, a Bergamo Alta, presso la Casa Natale di Gaetano Donizetti (sita in Via Borgo Canale, 14), per il penultimo appuntamento dei "Weekend Donizettiani", organizzati dal Conservatorio Donizetti di Bergamo, terrò un récital pianistico con musiche di Bach, Haydn, Chopin, Ravel.
L'ingresso è libero, perciò chiunque volesse venire è ben accetto!


Vi aspetto!

A.

lunedì 25 novembre 2013

Dies Natalis Donizetti 2013

Venerdì 29 Novembre 2013

in occasione del giorno della nascita di Gaetano Donizetti

presso il Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti

 MARATONA MUSICALE

Dalle 15.00 alle 19.00 si esibiranno alunni dell'Istituto Donizetti



Sarò presente anch'io, ed eseguirò la Sonatine di Ravel

lunedì 18 novembre 2013

L'Arte per Telethon

L'ARTE PER TELETHON

14 artisti donano una loro opera
l'intero ricavato sarà dato a Telethon

Venerdì 6 Dicembre 2013 ore 21.00
c/o Monastero del Lavello, Calolziocorte (LC) 

Inaugurazione evento con opere letterarie e artistiche del Gruppo Artistico Maladat.
Letture di Salvatore De Gennaro

 

lunedì 7 ottobre 2013

Automne à la Gare.

Arrivo in anticipo alla stazione. Oggi non è Martedì, non è giorno di mercato, e c'è meno traffico.
Guardo il tabellone: non ci sono ritardi. Quindi attraverso la sala d'aspetto per raggiungere l'obliteratrice, timbro il biglietto e vado al binario numero 3, sul quale, poco prima che arrivi il mio treno, passerà quello per Milano. C'è un silenzio così spesso e "grave" che si potrebbe affettarlo. Non c'è nulla di diverso da una solita mattina in cui vado a Bergamo a studiare o a seguire le lezioni in Conservatorio, ma oggi mi accorgo di quanto distacco esprima questo silenzio. Saremo in trenta persone almeno, e nessuna parla con l'altra. Nessuno si conosce, nessuno si guarda, nessuno si saluta. Trenta anime irrequiete - ventinove senza di me - in attesa di un treno, in piedi come ombre verticali, come spaventapasseri - fra cui alcuni vestiti anche similmente - rubati da qualche campo di grano.
Eppure non credo di esprimere distacco. E al tempo stesso non me ne importa granché. Alcune facce, peraltro, sono le solite, con la stessa espressione svogliata o assonnata. E il mio pensiero, nel frattempo, si dirige verso il treno che sta per giungere: chissà se sarà quello "nuovo", nel quale i posti a sedere sono civili, abbastanza puliti; quello "nuovo" sul quale non devi spararti la musica a palla negli auricolari perché i cigolii e i rumori sono così forti da penetrare anche il timpano. Ho fatto caso, recentemente, che è il treno delle 9.22 quello che solitamente è il più nuovo. Ma non posso darlo per scontato, ho ripreso da pochi giorni la frequenza in Conservatorio, e poteva essere un caso, visto che ho pure preso treni a orari differenti fra loro.
Mi chiedo se ho con me La Recherche di Proust, e La Palude del Diavolo di George Sand. Non ne sono certo, ma mi pare di averli infilati nello zaino, insieme ai libri di Storia della Musica, gli spartiti di clavicembalo e al Volume Primo del Clavicembalo Ben Temperato di Bach - che, però, suonerò e studierò al pianoforte. Sì, sì, ne sono sicuro: adesso ricordo il momento in cui li ho messi, ovvero esattamente prima di aggiungere anche la bottiglietta d'acqua e i fiori di Bach. Molto bene, avrò il mio bel da fare anche nel mio breve lungo viaggio.
Mentre traggo queste conclusioni nel mio universo parallelo e solitario, sbuca il treno mollemente: non è quello più nuovo, peccato. Mi toccherà tenere il volume alto, e possibilmente scegliere tracce non troppo "soft", altrimenti non ascolterò praticamente nulla.
Il treno si ferma, e casualmente una delle porte è quasi davanti a me. Lascio salire cortesemente una signora prima di me. E' semideserto, così mi scelgo un posto il più possibile - o meglio, per quanto possibile - pulito, poso lo zaino sul sedile davanti al mio, ed il cappello di Parigi, la sciarpetta ed il giubbetto al di sopra. Guardo fuori e penso che siamo in Autunno ormai, anche se questa stazione non trasmette certo la poetica malinconia di Verlaine, non ispira certo l'intimità clarinettistica dell'ultimo Brahms. 
Guardo il cielo, grigio a macchie e mi viene in mente che potrei ascoltarmi un po' di Chopin: quindi attacco l'auricolare al mio cellulare e comincia la splendida Barcarola op.60, col suo colpo di apertura in pedale di dominante. Estraggo La Recherche, ma sono incuriosito dal magro libro della Sand, che ho iniziato giusto un paio di sere prima, come preambolo al sonno, ed opto per quello.
Una piccola spinta stridente, rumorosa e affaticata come un colpetto di tosse soffocato fa partire il treno. La sola cosa di cui mi accorgo prima che le pagine di carta riciclata della Palude del Diavolo, e le sequele di terze e di seste della Barcarola mi rapiscano in tutta mia accondiscendenza. 
E mentre chino la testa sul libro, prima di chiudermi nel mio ivisibile impalpabile uovo di aria, mi accorgo di quanto sia buono il profumo ai legni che indosso: un solo, ultimo palpito di fuggevole disattenzione.



A.

giovedì 12 settembre 2013

La fuga a voce sola

Il controsoggetto che ho scritto al posto tuo non lo vedrai, non lo leggerai, non lo intonerai né lo sentirai.
La nostra Fuga mi pareva inconcepibile senza la tua voce. Poi ho capito che la tua io posso immaginarla, e quindi l'ho scritta dentro di me, nella mia mente e davanti ai miei occhi, nell'aria, visto che tu non sembri preoccupartene.
Esistono fughe a una voce sola. O, almeno, questo è ciò che tutti probabilmente crederanno. Io ascolterò risposte, riesposizioni, divertimenti, stretti e pedali. 
Il pentagramma è vuoto per chi tale lo vuole vedere.

A.

mercoledì 4 settembre 2013

La Curva

Credevo di fare qualcosa di buono, venendo davanti ai tuoi occhi di celestina a dirti che non era così.
Mentre il cd volteggiava orizzontale, mentre i fumi fragranti della musica disegnavano attorno a noi ghirigori astratti e linee di calore, il mio fiato fu di troppo. Ma non lo sapevo. Io non lo sapevo.
Guardavo i tuoi occhi rivolti in avanti, come sempre. [E' raro che tu possa parlarmi guardandomi nei miei, e non ho tuttora capito se ciò dipende da una soggezione ispirata da me, o da un tuo raccoglimento personale, riverenziale, da una tua tenera vergogna.] Li guardavo ed ho sentito sussultare, poi ho abbassato gli occhi, sulle tue mani di cotone e di pèsca.
Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere quanto il mio istinto ti stesse carezzando, disegnando nello spazio, sfiorando come un petalo di stella alpina.
Parlai, a poca voce, parlai solo per te, ma sin da subito compresi che non sarebbe stato quello, che avrebbe resa utile la rottura di quel silenzio. 
[Quel silenzio non era imbarazzante o pesante, era solamente, semplicemente bellissimo. Più bello di quello in cui si resta a guardare qualcuno che dorme, più magico di quello che si infiltra alla fine di una esecuzione al pianoforte, quando il piede si alza ed il pedale si rialza, e consente al suono di andarsene altrove ma non più lì dove lo tiene.]
Delicatamente come cristallo bagnato, l'inutilità del mio errore risuonò breve, e si richiuse come un fiore notturno colpito dall'alba. Uno sbadiglio, le dita sugli occhi, una carezza sui tuoi capelli di spiga morbida, e tre baci inanellati da vicino, i nasi a capolino. Il tuo respiro parco sul mio volto e i tuoi occhi addolciti ancora di più dal chiarore giallo dei lampioni.
Stavo per lasciarti andare a casa a dormire quando, come due accordi all'arpa, le tue braccia mi giunsero attorno e tu mi abbracciasti senza dire nulla. Rimasi così, sorpreso. Rimasi così, adagiato come in una culla, sulla curva fra il tuo collo e la tua spalla, disteso dal tuo profumo fresco, finché non fosti tu ad allentare la tua dolce morsa.

Non lo sapevi. Tu non lo sapevi. Non potevi sapere, e non avresti saputo. Questa volta non avrei interrotto il silenzio. Questa volta ti avrei soltanto sorriso senza guardarti, perché stavo tanto bene in quella curva, che altro non avrebbe potuto descriverlo meglio.

A.

mercoledì 17 luglio 2013

In Lontananza

L'anno scorso al 1 Gennaio mi chiesero: "Che anno sarà il 2012?". Io risposi, così, senza pensarci: "L'anno dei ritorni". E così fu, per diverse persone che conosco, più o meno vicine a me.
Quest'anno, alla medesima domanda, e col medesimo spirito dissi "L'anno della Bellezza, ma con la B".

Forse la Bellezza inizio a vederla anch'io. E non è stato soltanto il film "La Grande Bellezza", non è stato unicamente il contorno a quel film, o il suo significato nascosto.
Forse, pur in un momento di profondo "dolore globale", inizio a vedere la Bellezza nel suo senso più ampio - e forse anche più nobile - come un qualcosa di distante ma che si distingue.

Si è in costante cambiamento nella vita, ma non sempre questi cambiamenti trascinano violentemente con loro come mi sta accadendo: questo perché, spesso, il cambiamento lo si teme - o almeno io lo temo, perché sono di base un po' diffidente seppure accogliente - e non si può prevedere cosa si aspetta; perché a volte cambiare fa male, e altre significa prendere veramente in mano le proprie responsabilità, la propria persona. Guardarsi in faccia senza chiudere gli occhi, ma con la paura di scoprirsi diversi da ciò che si credeva, con il rischio di piacerci meno di quanto vorremmo, o addirittura di desiderare di non essere chi siamo.

Il più grande coraggio si ha verso se stessi, non verso il mondo. Accettando di non essere qualcosa "a parte", ma una sua parte stessa. Non si è tagliati fuori, si decide di escludersi. Non si è colpevoli, ma ci si dà la colpa, perché nessuno è colpevole finché non gli si attribuiscono colpe o responsabilità. Inclusi se stessi.
Dura è accettare l'abbandono, l'essere tutto e nulla nel lasso di tempo necessario appena per sciogliere i nodi della difesa e lasciarsi pervadere. Nodi poi difficilissimi da rifare. Dura è dosare l'essere ciò che si è, accettare di stare in silenzio ma stare accanto, non esprimere la propria per forza ma ascoltare; dura è ammettere a se stessi desideri, pensieri, paure, esigenze, sogni, debolezze e forze, negati per poter essere "perfetti", per essere pronti a tutto e a tutti, per tenere tutto sotto controllo. Per potersi "lamentare". Distrarsi in milioni di cose diverse e spesso vacue, per non fermarsi, per non pensare e ricordare. 

Ma il controllo non può esserci. E' un'illusione, e quando ce ne si capacita, si perde l'appiglio, e da quella rupe dove quasi si scorgeva la cima, ci si sente come precipitare a vuoto: zero imbracature, zero corde di salvezza. E manca l'aria. E non si ha il tempo di svegliarsi che una mano al collo e l'altra allo sterno premono togliendoti il fiato e facendoti quasi scoppiare il cuore. E non c'è una mano da stringere per farsi forza, una presenza per rassicurarsi. Si fa i conti con il proprio io, che tanto abbiamo lasciato in un angolo, e con tutte le cose che non si possono "gestire".

Il soffocamento non è assenza di aria, ma bisogno e voglia di respirare. Solo che respirare equivale ad accettare che nuova aria entri dentro, aria che non si sa se sia buona o cattiva, sana o meno.

Il più grande coraggio è verso se stessi. Ammettere, vivere. Prendere a mani piene ciò che si desidera, senza la codardia della paura che istiga a non farlo ancora, sussurrando dietro il collo "No, non è ancora tempo...", per poi generare aborti di rimpianti, pentimenti, e autoinquisizioni che suonano paradossali e per di più non portano a nulla.

Il coraggio è lontano ancora, ma forse c'è. La Bellezza è lontana ancora, ma forse c'è.


A.

domenica 30 giugno 2013

Parentesi

[In questi giorni, in queste ore
quante parole ho
scritto, e lacrime pianto,
nella mente, sulla carta e poi
nell'aria fredda
perché qualcosa le portasse
via.]


A.

giovedì 20 giugno 2013

La Grande Bellezza

Ieri sera sono tornato in una multisala, dopo credo un paio d'anni che non ci mettevo più piede. Ed è strano, in un certo senso, pensare di andare a infilarsi in una sala da cinema a fine Giugno, quando fuori ci sono 30 gradi e un'afa esagerata, e non farlo nemmeno in inverno, quando le sale sono calde e ci si starebbe anche bene.
Però si sa come accade, senza che nemmeno ci si ricordi di qualcosa, qualcuno te la estrae e te la propone, e quindi scatta il "E perché no?!", vuoi perché non è tua abitudine ma non lo disdegni, vuoi per rinfrescare la memoria... e quindi mi sono ritrovato lì, in attesa di una pellicola della quale sapevo solo il titolo e qualche attore o attrice noto/a incluso/a: La Grande Bellezza.
Non ho assolutamente idea di stare a fare un riassunto del film che ho visto. Però posso cercare di spiegare cosa mi ha trasmesso, cosa mi ha lasciato.
Anzitutto, se si pensa di andare a vedere un film ed uscirne con una morale in tasca, nuova o vecchia che sia, si può stare a casa. La morale non c'è, o magari non ce n'è una sola ma tante, piccole e disseminate un po' ovunque nelle due ore e passa di durata. L'atteggiamento forse più idoneo è quello di andarci con una predisposizione "di accoglimento e raccoglimento", ovvero di lasciarsi prendere, investire, coinvolgere dalle immagini e dalle parole - nonché dalla colonna sonora, che, insieme alla fotografia, rendono questo film a tratti veramente toccante - e raccoglierne ciò che ci può servire, tornare utile o servirci da lezione. Ciò che può essere utile per riportare alla mente cose alle quali normalmente non pensiamo, per ricevere uno schiaffo sul lato anche vergognoso di una parte "borghese" della società odierna nella quale, nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata, persistono ancora figure demodées e quasi caricaturizzate dalla loro non attinenza coi luoghi ed i tempi, i pensieri, le priorità e gli "stili" di vita dominanti e attuali.
Ci si può sedere e non capire nulla, o crederlo perché si viene costantemente sedotti da immagini dal forte impatto, senza velo alcuno anche nella più profonda crudezza e verosomiglianza (che è ben più che somiglianza, di fatto) con la realtà che ogni giorno ci fluttua attorno.


Ma una delle cose che, in particolare, mi ha fatto pensare questo film, è che, se i giorni si susseguono tutti uguali, con le stesse emozioni belle o brutte, le solite abitudini, impegni o altro che sia... si può rimanere sempre giovani, o essere già vecchi dapprima. Si può scegliere fra le due in un certo senso, certo, escludendo i segni dell'età (con una sparatina di botox qui e là, un chirurgo plastico o la più semplice, frivola illusione che non ci siano). Ma non si ha nulla da ricordare: non un susseguirsi di fasi o di fatti, di eventi, situazioni, sensazioni o fragranze che consentano di avere una pseudo-cronologia della propria vita. Avere una grande abbienza e sfruttarla ogni giorno per le medesime cose, ricercando le medesime distrazioni da un vuoto che dentro - o dietro di noi, nel nostro passato - ci portiamo comunque, non è vivere. E' passare (o passire). 
Solo che quando poi ci si guarda allo specchio, oppure si posano gli occhi sulle prorie mani e si vede che non sono certo piccole come quelle di un bambino, ma rugose e venose come quelle di un corpo quasi mummificato... forse non si può più dire di non aver ancora vissuto, ma di avergià perso la vita, senza sapere come o perché.

Forse questo film associa la bellezza estetica (sia in senso nobile che non, del termine), architettonica, paesaggistica, artistica, con l'orrido perverso e quasi parossizzato, con il marcio e l'artefatto, al preciso scopo di non restituire - come dicevo prima - una chiave di lettura preconfezionata, una conclusione già tirata o un senso solo, ma per aprire nuovo spazio a domande e riflessioni, emozioni; espandere il senso dell'urgenza e del rapido mutare, morire, invecchiare (che per taluni è anche peggio che morire), orientare sguardi su molte cose che solo una bellezza autentica non dimentica mai di sottolineare, fra un tratto e l'altro.

Solo un breve accenno alla bellezza disseminata qui e là in questo film, la stessa bellezza che del mare ci ricordano quei granelli di sabbia che rimangono infilati tra le fessure dei sandali, o in fondo alla nostra borsa da spiaggia:


Andrew

lunedì 13 maggio 2013

Scheggia

Ho rivisto ciò che ero, per un attimo. Abbastanza per imprimere non solo quell'immagine, ma anche tutto ciò che la contornava - emozioni, spirito, pensieri, carattere, nella mia testa e dentro di me.
Ho provato tantissima nostalgia. Mi sono sentito come in colpa.
Mi ero dimenticato, senza rendermene conto. 
Mi sono ritrovato, e lo stupore di rivedermi ancora lì dov'ero, com'ero, mi ha praticamente sovrastato, come un'onda oceanica multicolore, schiumata, fragorosa, viva. Ecco, ho riprovato la vita, e in un secondo più di dieci anni mi sono passati davanti veloci come schegge di luce: manoscritti in bella copia quasi come fosse stampa, quaderni stracolmi di note, fogli volanti vissuti, turbamenti, passioni, abissi sondati impavidamente.
Ho visto tutto ciò ed anche ben di più, e mi sono sentito mutilato, ammutolito, paralizzato.
Poi ho mosso le dita, gli occhi, e ho iniziato a piangere. E' come se avessi riaperto un piccolissimo uscio del quale non trovavo più la chiave. Ho riaperto un chackra, un canale non tanto di espressione, quanto di consapevolezza di vivere, di desiderare, di bisognare.
Ho sentito il mio sangue molto caldo, il mio cuore accendersi, il mio corpo emanare calore e muoversi armoniosamente.
Ho visto quanto ho dato, e quanto il mio riserbo e la mia riverenza non mi hanno mai portato a chiedere. Ho visto quel che sono (stato), e se allora me ne vergognavo tanto, e se il tempo progressivamente mi aveva imprigionato, trasfigurato... ora le bende si erano sciolte, e potevo riguardarmi davvero nello specchio. 
La meraviglia di quei giorni che sono e sembrano tanto lontani, e di quel qualcuno che spero di poter ancora essere.
Credevo di essermi costruito un'anima nuova, e invece, per il fatto che costa caro portarla, l'avevo soltanto negata.
Ho provato tantissima nostalgia, tanto da essere insopportabile. Allora ho iniziato a muovere dei passi, per tornare verso quel che ero, abbracciarlo, chiedergli perdono e rimetterlo al posto che è sempre stato suo.


A.

martedì 7 maggio 2013

La Sfera di Acqua e di Neve

Spesso le parole sono fionde che lanciano la pietra dei ragionamenti in direzioni inaspettate. Ci si ritrova catapultati in sperdutezze selvagge senza alcuna risorsa né orientamento e, se si trova il coraggio per cominciare a muoversi, si va per tentativi. Ogni scricchiolio inquieta ed ogni rumore vicino o distante ruba la nostra attenzione e dedizione alla riflessione su cosa e come ci stiamo muovendo. Mai camminare ci è parsa un'azione così nuova, così difficile. Anche se fra le fronde qualche raggio di sole buca e ci raggiunge, non ci dà fiducia: lo sappiamo distante; e, anche se possiamo riconoscere più o meno che posizione ha il sole, ciò non c'è d'aiuto: perché quel che cerchiamo non è l'ora del giorno, né quanto manca prima che scenda la notte ed una falce di luna venga a ferirla con una malizia tale da non farla nemmeno sanguinare. 
Noi vogliamo sapere dove siamo, e quanto siamo finiti lontani da dove eravamo prima. Per certi versi, ricorda il viaggio che conducono (o, almeno, così spesso viene detto) le persone per uscire dal coma: è come un destino tracciato, una serie di strade, immagini, bivi, incroci, silenzi e rumori che si devono incontrare perché si compia l'intera formula dell'incantesimo che è necessario per riaprire gli occhi e tornare alla vita di sempre.
Questo, almeno, fino alla successiva distrazione: qualcuno che ha bisogno di noi, un'urgenza o un impegno preso che ci tiene con un piede incollato a terra... Ecco che solleviamo gli occhi, incerti, quasi storditi, e l'unica cosa che possiamo fare è posare questo viaggio sulla mensola, come una di quelle sfere di vetro piene di acqua e "neve", rimandando l'avventura in quel piccolo paesaggio ad un momento di cui, guarda caso, ancora non sappiamo se, come e quando arriverà.



A.

giovedì 2 maggio 2013

Alla Ricerca del Tempo Perduto

Fa uno strano effetto constatare di ricordare assai vividamente momenti della propria infanzia - o della prima giovinezza - i quali, differentemente, sembrano essersene andati via dai ricordi delle persone più care. Quelle persone che erano già adulte nel periodo in cui tu eri un bambino o un ragazzino in pubertà, e pertanto, tendenzialmente, forse più portati ad imprimere nella loro memoria quegli attimi, quei periodi.
L'altro giorno, parlando con mio padre, ho capito che lui non ricorda più né quando né come, o dove, o perché io iniziai il corso introduttivo di pianoforte in prima media. Sorpreso ed incredulo, mi sono ritirato in un mio adombrato angolo di domande. Diamine, eppure fu lui a pagarmelo, ad iscrivermi, a portarmi a lezione in quei pomeriggi a scuola. Ci fu anche il saggio finale, nell'Aula Magna dell'istituto che, qualche anno dopo, sarebbe diventata la mia scuola superiore. Ma più ho tentato di risvegliare la sua memoria, più cresceva la mia consapevolezza del suo non ricordare nulla.
Non ricordava neppure dei 4 anni di totale autodidattica che, in seguito, feci, per l'opposizione sua e di mia madre a farmi proseguire. Ed io, invece, tuttora ricordo (e quasi rivivo) intensamente la bramosia, la mia già germogliata convinzione nel destinare la mia vita alla musica: la delusione per la negazione di un proseguimento. Ho capito che, a suo tempo, differente com'ero di carattere rispetto a qualche anno dopo (nonché ad ora), non passò il messaggio: la mia frustrazione. Forse non fui in grado di renderla chiara, di disegnarmela in modo evidente sul volto. Forse non ne parlai sufficientemente tanto, o con la dovuta convinzione. Forse non era una ribellione abbastanza forte.
Lui nemmeno ricordava di avermi negato per anni ciò che più desideravo, mentre io di quella negazione porto ancora intimamente non un risentimento (ci mancherebbe), ma sicuramente un segno, una traccia invisibile ma fortemente percepibile.
Com'è facile arrecare danno a qualcuno senza accorgercene. Com'è facile dimenticarcene.
Stimiamo il valore delle cose secondo i notri canoni, anche quando non ci riguardano. E ciò è un errore. Presumiamo di riassumere il peso di una delusione, di una mancanza, di una dimenticanza attraverso la nostra sensazione del peso, e così facendo non consideriamo che tale peso non grava affatto su di noi, ma anzi, lo stiamo per "scaricare" sulle spalle di qualcun altro.
E noi, noi che quel peso lo riceviamo, quel sacco di farina o di cemento, quella mole di responsabilità non nostre... siamo forse così attoniti e scombussolati che non riusciamo a esporre il nostro pensiero, ad interpretare adeguatamente la nostra delusione, a cercare di indurre un'inversione di rotta.
Spesso penso a quanto tempo ho perso... e mi rendo conto che molto di esso è andato perdendosi a causa delle scelte di qualcun altro che, forse, non ha preso in considerazione la mia voce, che non ha notato i miei occhi bassi, il mio silenzio, le mie mani incrociate o i miei sospiri desolati. E in tutto ciò, mi sono spesso chiesto se ho diritto di provare del risentimento, della rabbia, del rigetto o che altro sia. Non ho mai azzardato l'ipotesi di un errore volontario, di una negazione di diritto fatta per pura fine a se stessa. So solo che le motivazioni che accompagnavano quel "no" erano deboli, banali, o peggio assenti.
Spesso penso a quanto tempo ho perso, e a quante volte, forse, avrei dovuto rivendicarlo o farlo notare, anche perché assieme a quel tempo ho perso anche, un granello alla volta, buona parte di serenità e di entusiasmo. Di naturalezza.
Ho perso il tempo che non riavrò mai, e che resterà in quel luogo stagnante dove stanno le cose inutilizzate o non sfruttate, puramente lasciare passare (o passire). L'ho perso per volontà delle persone più care. E loro non solo non se ne curano, ma lo hanno pure scordato.
E' proprio vero che le cose perse sono quelle di cui si può sentire di più la carenza. E ciononostante, anche se provassi avversione, ira, rancore o altro, non me ne tornerebbe un solo minuto, un solo secondo.


A.

domenica 14 aprile 2013

Lo scrigno

Pensavo che il vento mi facesse danzare, e le foglie secche inzuppate di temporale cantare.
Pensavo che il sole mi vestisse del suo crisma tiepido, e che le ombre mi tatuassero docilmente come un pennello cinese intinto in inchiostro annacquato di Vodka.
Pensavo di profumare ancora di Autunno, e che il mio cappello mi proteggesse dagli spilli vacui della pioggia o dagli sguardi insistenti delle nuvole.
Aspettavo il tramonto per gustare l’imbarazzo senza che nessuno mi notasse, ed il primo mattino per asciugare le lacrime della notte dagli occhi, improvvisandole brina o rugiada.
Sognavo dolci incubi, crogiuoli caldi e soffici come cuscini, immagini paradossali ma possibili.
Credevo che non indossando un orologio il tempo mi aspettasse.
Ma quando ho sollevato il coperchio del mio scrigno, ho capito che ciò che c’era dentro non sarebbe stato per sempre. Quindi, l’ho richiuso.
Sto cercando di sincronizzare il mio respiro, il mio cuore e la mia incoscienza con il ritmo della musica. Quando ce l’avrò fatta, il mio scrigno diverrà un carillon.
Non dovrò più richiuderci nulla, anzi, potrò finalmente lasciarlo risuonare.

(Andrew, 10 Aprile 2013)

mercoledì 10 aprile 2013

TRANSIZIONI - Mostra di scultura e pittura (13 Aprile / 3 Maggio 2013)

Sabato 13 Aprile, alle ore 17.00, presso la Galleria d'Arte "La Nassa" a Lecco (Piazza Era, 6), verrà inaugurata la mostra pittorico-scultorea "TRANSIZIONI" di Marco Greppi e Antonio Guerra.


- Il vernissage prevederà, altresì, la lettura di poesie e scritti, ed avrà la partecipazione del Gruppo Artistico MALADAT, gruppo del quale sono, peraltro, co-fondatore -

La Mostra rimarrà visitabile fino al giorno 3 Maggio c.a.



Orari galleria: tutti i giorni 10.30 - 12.00 - 16.00 - 19.30
(domenica mattina e lunedi chiuso)

Vi aspettiamo, sperando siate numerosi!


Andrew

lunedì 28 gennaio 2013

Dove regna la personalità?

Dove regna la personalità? Qual è il suo trono?

Specchiati in me se vuoi, ma poi corri via. Corri via, prima che sia io a specchiarmi in te: prima che sia tu il semplice riflesso. 
Non scambiamoci i vestiti, anche se potremmo, anche se li porteremmo identicamente, anche se i nostri corpi profumano similmente. Tieni fede al tuo originale, al tuo linguaggio, al tuo codice di movimento. Non darmi la tua anima, non ricalcare la mia. Potrei danneggiarti, potresti sfigurarla.

Perché passi tanto tempo da solo, affilando enormi e pesanti spade, proclamando di possedere le lame più perfette, se poi preferisci tenerle al caldo del fodero quando il fato ti invita ad usarle? A che ti serve un corpo possente, se, quando la tua forza si rende utile o necessaria, lo copri con armature modellate sui corpi degli altri?

Distinguere gemme vere da fondi di bottiglia è certo difficile, ma un metodo per stabilire tali differenze c'è. L'imitazione costa meno, certo, ma per l'occhio attento ed esigente, non ha molto più valore di un sasso colto sulla strada. 
Chi sa distinguere una gemma da un coccio di vetro intagliato, quel sasso si concede anche di calciarlo avanti.


Andrew

venerdì 25 gennaio 2013

Murmure

Approfitto del nuovo blog per linkare anche qui la mia raccolta di poesie del 2010, dal titolo "Murmure ovvero Il rumore delle cose non dette". 
Di tempo ormai ne è passato, ed io stesso, quando mi capita fra le mani, sfogliandolo me ne accorgo. Ciononostante ricordo bene cosa ho vissuto, cosa pensato, in cosa credevo o credevo di non credere, come guardavo alla vita. La notte che si fa giorno ed il giorno che diventa buio, il sogno che riflette lo spazio per respirare pienamente, il sole vuoto, l'oscurità come magma, come materia plasmabile dalle proprie mani...
Il mese di Ottobre 2010 è stato il momento in cui sono riuscito, in occasione di un evento artistico che selezionò alcune mie poesie, a riprendere poco alla volta in mano la mia vita, ad uscire da uno stato di immobilità e imperturbabilità apparente: una forma di depressione. Mai "curata", forse mai realmente ammessa, se non a posteriori. Murmure è la testimonianza di questo periodo di vita, una traccia, un'impronta digitale che, diversamente, il tempo nonh avrebbe portato, da solo, con sé.
Murmure era un nome che esisteva da ben prima di Ottobre, ma che l'apatia ha trascinato con la memoria per mesi, fino a che non mi fu offerta, in quell'occasione artistica, di portare con me eventuali mie opere. E fu per questo che ripresi in mano le cartacce, gli appunti, le cose scritte qui e là; che diedi loro un ordine e una organizzazione, un nome, un perché.
Murmure è una fetta del mio passato che porto con me. Una sorta di "punto focale", uno dei tanti epicentri che, se ci ripenso, hanno fatto muovere i miei passi.
Ecco il link dove è possibile acquistarlo:



A presto,
Andrew

lunedì 21 gennaio 2013

Ho pensato di trasferirmi qui, su Blogspot. In effetti, sembra offrire di più di Wordpress (che comunque mi ha piacevolmente ospitato per due anni e passa da quando ho riaperto i blog), e sembra anche di più facile uso. Inoltre, numerosi amici (nonché "colleghi") ho scoperto che hanno un profilo Google o un blog qui.
Pertanto qui troverete tutte le nuove pubblicazioni, poesie, scritti, news, recensioni, annunci e quanto altro, assimilando così in uno solo i miei "vecchi" blogs Metathymos e Fa.La.Do.Mi.
Spero di avere tanti e nuovi visitatori, commenti; mi piacerebbe non solo "esporre" ciò che scrivo, penso, faccio, ma creare interazione, scambio, avvicinamenti e unioni virtuali. Vedremo cosa accadrà.

Linko qui il blog uscente, dove comunque è possibile trovare tutti i post degli ultimi due anni:
http://metathymos.wordpress.com

Un saluto a tutti, e a presto spero,
Andrew