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domenica 30 aprile 2017

InContro

Sbattono
ali stanche di farfalla

[Si ostina a baciare un lampione]

Chiusa
in una scatola d'amore
frenetica
sviolina e si dimena

[Non vede le sbarre: morirà
di docile noncuranza]

Braci di raso
un palcoscenico sporco
per danze estatiche e dolorose

Solitarie

Polveri d'ali
incantano gli occhi ingenui delle stelle


Andrew


lunedì 24 aprile 2017

Perché proprio "Metathymos"?

Da quando ho riaperto questo blog, è successo che più persone siano venute a chiedermi che cosa ci fosse dietro il titolo che porta, quali motivazioni e così via. 
Metathymos è ovviamente una sorta di neologismo. Premetto che non ho alcuna conoscenza di greco antico, pertanto non ho certo la certezza né la presunzione di aver inventato una parola che possa esistere davvero. Però posso dire che la sua origine non è casuale e, nonostante ami le belle sonorità anche nelle parole e trovi che Metathymos suoni bene, non ho cercato affatto una parola ad effetto o volutamente insolita.
Tutto nasce da un sogno che ho fatto ormai diversi anni fa. Un sogno, direi, ai limiti del fantasy di certi libri -che non ho mai letto- o di certi film molto noti che non cito (che ho avuto modo di vedere solamente l'anno scorso): in un clima atemporale -ma sicuramente non contemporaneo- di famiglia povera, molto povera, e a contatto con personalità magiche.
Mi trovavo in questa casa dall'atmosfera grigia, silenziosa, più che modesta. Una sorta di quelle case di campagna, di decenni e decenni fa, con le pareti irregolari, le sedie di legno e paglia, il tavolo fatto artigianalmente con delle assi inchiodate fra loro, un grande camino (spento) con a fianco una cucina avvolta un po' nell'ombra. Sembrava che abitassi in questa casa con una coppia molto anziana: lei piccola e gracile, vestita di nero e con i capelli grigi, raccogli in uno chignon con delle forcine; lui non molto più alto, dalle spalle più robuste ma un po' curvo come lei, pochissimi capelli bianchi, senza barba e anch'egli vestito di nero, ma con una camicia scozzese sotto. Entrambi, silenziosi, con un'espressione di mestizia ed umiltà disegnata in volto: gli occhi bassi, le labbra chiuse.
Da una grande finestra (o, forse, sarebbe meglio dire "apertura", perché io non ricordo di aver visto una vetrata, ma soltanto della luce esterna provenire come da un varco sulla parte alta di una parete) entrava un bagliore serale, post tramonto, quasi lunare. Si apparecchiava per la cena, senza dire una parola. Senza una luce, nemmeno di candela. Tre piatti con della minestra, un tozzo di pane al centro della tavola, tre piccoli bicchieri di vetro consunto ed una bottiglia di vino.
Ad un tratto, due donne -che io direi maghe o streghe, per come le ricordo- apparirono in casa entrando da quella strana finestra e ci attaccarono, lanciando come fasci di luce e forte vento che spostavano e rompevano tutto ciò che c'era in casa. Io e quella "mia" famiglia ribaltammo il tavolo, volgendo il piano in verticale e riparandoci dietro: non potevamo fare altro.
Preso dal timore che a quei poveri signori potesse accadere qualcosa, e continuando a non capire perché ci avessero presi di mira, urlai contro alle due donne: "Cosa volete da noi?! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Mi risposero: "Vogliamo qualcosa che tu hai, che noi sappiamo essere tuo".
Io, ancora più ignorante, implorai di lasciare in pace la coppia di anziani e di smettere di accattarci. In cambio mi sarei alzato ed avrei cercato, con loro, di capire cosa volessero esattamente.
Si fermarono. Mi alzai un po' incerto, ed andai verso di loro. Una delle due disse che io avevo una sorta di "specchio" dentro di me, in grado di aprire le profondità delle anime umane, ma che nessuno avrebbe potuto togliermi senza il mio consenso, oppure morendo. Pregandole di non uccidermi, accettai di seguirle e di vedere cosa potessi fare con loro.
Una di loro mi disse sorridendo, quasi imbonita: "Ma noi non vogliamo ucciderti, ci basta il tuo supporto!". Mi voltai verso quei miei due "genitori", li salutai in modo malinconico mentre si stringevano in un abbraccio come d'addio, e mi voltai.
Di colpo la scena cambiò, e mi trovai in una stanza (o una grotta, non ricordo benissimo) piena di luce gialla, come se fosse circondata di fuoco. Ma stavo bene e mi sentivo al sicuro. Mi portarono davanti ad un enorme volume. Sulla copertina c'erano due parole: "META" e "THUMOS". Le lessi a bassa voce, e le maghe mi dissero che solo una persona avrebbe visto quei simboli come parole (io vedevo comunque normalissime lettere) ed era colui a cui era stato affidato tale "specchio".
Le guardai in volto, accorgendomi che non avevano un aspetto così minaccioso.
Una mi mise una mano sulla nuca, e sorridendomi mi disse: "Adesso puoi andare, il tuo specchio sarà sempre in contatto con noi. Grazie di esserti fatto coraggio".
E mi svegliai.

Da questo sogno nasce il nome del mio blog. Scoprii più tardi, cercando qui e là, che la parola "thumos" si legge così ma in verità si scrive "thymos", ed è una delle sfumature in cui l'anima viene suddivisa dai greci antichi. "Thymos" è l'anima emozionale, ha una associazione con il respiro o il sangue e spesso è usata anche con il significato di impulso interno, agitazione, tormento. Inoltre, si usa anche si per esprimere il desiderio di essere riconosciuti che per indicare una possessione permanente di una persona, la quale governava il suo pensiero ed il suo sentimento.
Platone suddivide l'anima in 3 parti: nous l'intelletto, thumos la passione, ed epithumia l'appetito. Thumos, fra loro, è la parte collegata alle emozioni ed all'emotività e, insieme a nous, governa epithumia.
Ecco perché il sottotitolo è "la metamorfosi dell'anima": "meta" è il prefisso che riguarda il cambiamento, che io vedo come crescita, maturazione, evoluzione e dissolvimento. Se aggiunto a "thymos" può essere interpretato così.
Ho sempre trovato bizzarro e stupefacente come un sogno possa diventare rivelatore, usando un codice che nemmeno fa parte delle conoscenze del sognatore. Ma, in ogni caso, sento Metathymos come un nome molto motivato e profondo, e mi piace ciò che porta con sé.

Andrew

venerdì 21 aprile 2017

Marco Greppi: prossime esposizioni pittoriche "around the world"

Oggi voglio condividere qui i prossimi appuntamenti del mio caro amico Marco Greppi, pittore autodidatta che negli anni ha visto crescere sempre di più l'attenzione e la considerazione nei confronti della sua Arte pittorica.
Non ha mancato, infatti, di ottenere premiazioni di rilievo in alcuni concorsi pittorici, ed occasioni per esporre in importanti località in Italia e all'estero (Milano, Torino, Como, Roma, Montecarlo, Montpellier, Parigi, Madrid...).

Prossimamente i suoi quadri viaggeranno ancora più in là, toccando città come Dubay, New York, Gubbio e Firenze.
Ecco, nella fotografia sottostante, tutte le informazioni a riguardo:

Consiglio vivamente di andare a fare visita, qualora sia possibile. L'Arte di Marco merita di essere osservata ed assaporata da vicino.
Lascio anche il link del suo blog personale, per coloro che volessero saperne di più: Marco Greppi Art.

Prossimamente pubblicherò qui anche una sorta di dialogo-intervista fatta proprio con lui. Credo sia utile ed importante avere una chance per ascoltare e leggere la voce dello stesso autore.

A presto!
Andrew

domenica 16 aprile 2017

Feu follet

Stasera il soffitto in cui si smarrisce il mio sguardo è quello di casa tua. Anche se i miei occhi bucano il tetto e si spingono oltre, sarà forse il mio corpo che la gravità persiste nel tenere a terra, percepisco il vuoto di questo appartamento, carente della tua presenza in questi ultimi giorni.
Come ologrammi, ripercorro i tuoi passi e le tue abitudini di casa, che ho visto tante volte. Il diffusore è spento, la sua spina staccata, eppure è come se una linea di profumo passeggiasse tutto intorno.
Mi hai lasciato la tua casa, le chiavi per andare e venire se e quando ne avessi bisogno. La libertà di usare la tua coperta, il tuo computer -dal quale sto peraltro scrivendo- o il permesso di accarezzare il tuo peluche prediletto. Perché tu mi conosci, mi hai conosciuto, e credo più di chiunque altra persona hai capito quanto possa avere a volte bisogno di andare altrove: non per fuggire (il cielo è lo stesso, l'ho scritto prima), ma per ricaricarmi. Hai riconosciuto la mia singolarità, e non giudichi il mio modo di viverla o di confrontarmi con certi aspetti della mia quotidianità.
Non mi serviva la compassione, mi bastava non sentirmi solo nel vederla così. Anche se spesso mi oblio nel buio, a conti fatti la pelle dura non mi manca. Certo non lenisce la stanchezza, l'indolenza di vivere -o forse sarebbe più giusto dire il malessere di vivere- che mi scorre nel sangue, ma fa da salvavita quando piombo a peso morto sulla mia inerzia e accetto di ricevere addosso qualunque cosa, purché mi si lasci in pace e non mi si prenda attivamente in causa.
Ami la mia melanconia. Accudisci la mia insofferenza, la rabbia che si autofeconda quando vivo l'ingiustizia. Hai imparato a sentire gli urli dei draghi invisibili che nascondo oltre i miei silenzi, oltre il mio riserbo. A vedere quel bimbo ritratto il più possibile su -e in- se stesso, in penombra... che è la mia vergogna.
Questa sera sono qui, ma sto per andarmene, spegnere le luci, il computer, la musica e tornare a casa a dormire. Un poco alla volta il mio sguardo, che si è slanciato, come un fuoco d'artificio, verso le stelle, torna giù, saluta le nuvole e si ripiega su di sé, ripercorre i passi fatti per tornare qui, fra le mie mani, si specchia.
Brilla una luce per un attimo, una neonata meteora ritrovatami fra le mani.

Andrew

giovedì 13 aprile 2017

Concerto del Trio Carducci per "I concerti dell'Accademia Santa Cecilia Bergamo"

Martedì sera, 11 Aprile scorso, mi sono recato al Auditorium S. Alessandro di Bergamo per assistere al concerto del Trio Carducci. Non avevo ancora avuto modo di ascoltarlo, perciò mi ero segnato in agenda già da qualche giorno l'occasione, per evitare di perdermela.

Il Trio, di recente costituzione (2016) è formato da tre figure femminili: Germana Porcu al violino, Matilda Colliard al violoncello e Sara Costa al pianoforte. Conosco ormai da qualche anno sia Germana che Sara, e nutro per loro una certa stima come musiciste: ho assistito a diversi concerti solistici e cameristici di Sara dal 2011 ad oggi, ed ho più volte sentito suonare Germana in conservatorio, quando frequentava il biennio di violino. Entrambe hanno, nel loro bagaglio di esperienze, diverse esibizioni e diversi concorsi vinti, hanno curato la loro formazione ed il loro perfezionamento con più insegnanti, anche di spicco.
Matilda resta l'unica componente che non conosco: ho avuto modo di leggere il suo curriculum (che non lascia certo spazio a dubbi sulla preparazione) ma non ho mai assistito a suoi concerti od esibizioni.

Il Trio Carducci all'apertura del concerto.
Ero davvero curioso di ascoltarle. Anche per il bel programma previsto: il primo Trio Elegiaco di Rachmaninov, il Trio "Gipsy" di Haydn e, nella seconda parte, quella meraviglia musicale che è il Trio Op.8 di Brahms.

L'inizio è stato uno dei momenti più magici di tutta la serata: già dalle prime note dell'entrata del pianoforte, dopo le battute introduttive dei due archi, si è subito creato un clima sonoro bellissimo. E altrettanto immediata è stata la sensazione di coesione ed affiatamento delle tre componenti, con bellissimi scambi e partecipazioni che hanno impreziosito il valore già alto del Trio Elegiaco, che si è chiuso in un soffio di fiato, come quasi interrotto improvvisamente (anche se, in verità, concluso), lasciando una sensazione come di "sospensione" e di desiderabilità che ho pienamente gustato.

Il Gipsy Trio di Haydn ha messo in luce tutta l'agilità elastica di Sara ed il brio (soprattutto nel terzo tempo) di Germana, con fiumi di note rapide, dalla tipica accentazione ongarese. Il movimento centrale, morbido e cantabile, è stato inanellato benissimo, soprattutto negli equilibri sonori, che hanno dato ampio spazio di espressione a tutti e tre gli strumenti, violoncello compreso.

La seconda parte, con il primo Trio di Brahms, in Si maggiore (tonalità che io prediligo, forse, su tutte le altre, non chiedetemi perché) è stata la prova più ardua -ma non per questo poco riuscita- del Trio Carducci, che ha scelto -se non sbaglio- la seconda edizione dello stesso, riveduta dal compositore nel 1891.

La prima pagina del Trio Op.8 di Brahms
Splendido il tema di apertura, che ha ribadito Matilda al violoncello con un suono pieno di tenera espressività. E altrettanto azzeccata è stata, a mio avviso, la scelta dell'andamento: non è più l'Allegro con moto della prima edizione, ma un Allegro con brio -peraltro in tempo tagliato e non in 4/4, come la versione del 1854- che, per quanto si srotoli spesso con un carattere pacato e narrativo, dolce e intimo, non manca di momenti più svegli che danno delle belle sferzate di colore.
Lo Scherzo, ricco di pulsione ritmica, si è chiuso con gli arpeggi liquidi e scintillanti del pianoforte, sospesi sull'armonia di tonica maggiore, tenuta dal pedale e sottolineata dal pianissimo degli archi.
L'Adagio è stato l'altro bellissimo -direi quasi destabilizzante- momento poetico della serata: sonorità fantastiche, un clima di introspezione e di calore ha pervaso tutto l'Auditorium. Sono rimasto praticamente immobile e in apnea fino allo spegnersi dell'ultimo accordo. Meravigliosa anche la sezione centrale, con il solo espressivo del violoncello, sorretto appena dal pianoforte.
L'ultimo movimento, l'inaspettato Allegro in tonalità omonima minore, con i suoi ribaditi cromatismi e il suo persistente ritmo puntato, chiude, non senza episodi parecchio ardui per i tre strumenti, in maniera perentoria e drammatica questo fantastico Trio, che Brahms concepì a soli 21 anni.

Ancora una volta, un concerto che meritava davvero di essere ascoltato, da molte più persone di quelle presenti.

Andrew




martedì 11 aprile 2017

Concerto del Ensemble Baroque "C. A. Marino" (Albino Classica, Concerti itineranti - XVI edizione - 2017)

Sabato scorso, 8 Aprile, nel pomeriggio stavo ascoltando online un po' di musica barocca, eseguita con strumenti antichi. Per quanto io sia -almeno da formazione, non certo per accollarmi titoli od etichette che possano, ipoteticamente, "pompare" la mia immagine (della quale, a dirla tutta, non mi curo più del minimo sindacale)- un pianista, la musica antiqua -se così la posso chiamare- mi ha sempre affascinato molto, soprattutto se eseguita con strumenti che tentino di rievocare le sonorità dell'epoca a lei contemporanea. 
Ho avuto occasione, durante gli studi, di frequentare due corsi -obbligatori- di prassi esecutiva clavicembalistica, e grazie a loro ho capito quanto mi piaccia il repertorio barocco. Chi lo sa, magari un giorno potrò approfondire la cosa, e magari -perché no?- guadagnarmi uno strumento adatto a tutto ciò (in riferimento a questo ultimo dettaglio, forse ho sparato troppo alto...).
Tornando a monte, sabato stavo, appunto, ascoltando un po' di musica barocca, e ho deciso di cercare se, nei dintorni, ci fossero concerti o esibizioni dello stesso tipo: ho avuto pochissime occasioni di assistere live a certi concerti nella mia vita -lo ammetto: a volte, anche per mia carenza di iniziativa- e mi piacerebbe arricchirmi di esperienze del genere. Scandagliando il web, sono finito su una pagina che annunciava l'esibizione del Ensemble baroque "Carlo Antonio Marino" e del flautista Raffaele Trevisani per conto di Albino Classica, una rassegna annuale di concerti classici itineranti promossa dal comune di Albino (Bergamo) in collaborazione con l'associazione "Carlo Antonio Marino". In programma musiche di Vivaldi, Locatelli, Albinoni, Schiatti (compositore semi-anonimo del quale accennerò più avanti) e, appunto, Marino. La direzione del Ensemble, affidata a Natale Arnoldi.

Ecco il programma per intero
L'idea mi è sembrata interessante. Ma non solo: facendo caso anche al fatto che l'ultimo concerto a cui avevo "assistito" (escludendo il mio, tenuto il mese scorso) risaliva a diverso tempo fa, ho deciso di andare. Mi sono quindi diretto alla chiesa di Casnigo, piccolo comune della Valle Brembana, e sono arrivato giusto in tempo per prendere posto prima dell'inizio del concerto.

Il primo brano, la Sinfonia "al Santo sepolcro" di Vivaldi, è, su tutto il programma del concerto, forse il brano che più mi ha colpito.
Si tratta di una sorta, a conti fatti, di Sonata a 4, in due tempi: Adagio molto e Allegro ma poco. Scritta, con buona probabilità, per le celebrazioni della Passione di Cristo, teoricamente andrebbe eseguita -diversamente da come l'Ensemble l'ha proposta- senza continuo o cembalo aggiunti. Immagino che Vivaldi desiderasse concentrarsi sulla carica meditativa e, mi viene da dire, "struggente" della musica, non su effetti stravaganti molto comuni nel barocco veneziano di quell'epoca. 
Il primo dei due tempi -entrambi molto brevi- è una sorta di contrappunto libero con una carica cromatica notevole: già dall'inizio Vivaldi sceglie la dissonanza, con un ingresso della sopradominante che si "scontra" con una dominante che apre, isolata, il brano: quindi, un bel intervallo di seconda minore, un semitono carico di sofferente espressione. Da qui, il pezzo si articola -sembra- in tre piccole parti, ognuna delle quali "casca" su un accordo coronato di dominante, con  la tipica terza piccarda. Fra di esse, libere "divagazioni" armoniche, ritardi, sincopi, appoggiature, imitazioni e quanto altro di caratteristico del periodo.
Il secondo tempo è una doppia fuga, caratterizzata anch'essa da un uso denso della cromaticità -in particolare per moto contrario, da tonica a dominante e viceversa- e delle note ribattute. Prima della conclusione si "srotola" un pedale di dominante di dieci battute, sopra il quale si articola l'ultimo stretto. Una tipica cadenza autentica (ma non perfetta) fa da conclusione, preceduta, anche se solo per un attimo, dal ritorno di quella dissonanza di seconda minore iniziale, "causata" dalla viola.

Tralasciando la Sonata a 5 di Albinoni, un altro brano che mi ha colpito è il Concerto per flauto traverso, archi e continuo di Giacinto Schiatti. Quest'ultimo fu un compositore di origini italiane vissuto a cavallo della metà del 700, ma operativo quasi esclusivamente in territori germanici.
Il concerto che ci ha lasciato è veramente interessante, e per il flauto non mi è sembrato affatto una passeggiata: tantissime note in rapida successione, salti anche molto ampi, trilli uno dopo l'altro. Eppure non c'era nulla di "pacchiano" o forzato in tutto ciò, ogni cosa fluiva piacevolmente. Di sicuro anche la bravura di Trevisani ha aiutato non poco la riuscita dell'esecuzione: flautista dalla tecnica veramente impeccabile, suono mai sporco, perfetta intonazione.
Non posso negare, però, che, in quanto egli solista in quel momento, mi sarei aspettato un po' più di spirito "protagonistico" diciamo: più che per atteggiarsi, per accrescere di significato la musica stessa. Sarà una mia personale -e discutibilissima- idea, ma un esecutore sempre fermo immobile, con gli occhi perennemente attaccati allo spartito ed un volto dall'espressione a tratti quasi "assente" questa volta mi ha trasmesso poco senso del "piacere", per quanto fosse di indiscussa bravura.

Un momento del Concerto di Giacinto Schiatti, con Trevisani al flauto traverso
La seconda parte -senza pausa alcuna dalla prima- comincia con un Concerto a 5 con violino obbligato dello stesso Marino: ammetto la mia ignoranza a suo riguardo, ma il brano mi è piaciuto molto, e non mi sembra che abbia molto da invidiare ad autori come Vivaldi e Albinoni. 
La parte di violino obbligato è stata eseguita con ardore e partecipazione da Cesare Zanetti, violinista e docente che ho visto più volte al Conservatorio, ma con cui non ho mai avuto modo di interagire.
Segue un Concerto a 4 di Locatelli, altro autore di cui forse non ho mai ascoltato nulla. La sua musica è frizzante, intrigante, non banale. Una persistente alternanza di "tutti" e "soli", o di episodi mossi e densi contrapposti a momenti più distesi e cantabili caratterizzano lo stile del compositore italiano.

Il concerto si chiude con Vivaldi ed il suo Concerto di Do minore per archi e continuo, autore con cui si era anche aperto lo stesso concerto. 
Breve e conciso, ma molto omogeneo nei tre tempi grazie a un ottimo sfruttamento del materiale musicale. Degno di nota è l'episodio fugato che apre il Largo, creato grazie alla ripresa delle prime note dell'Allegro iniziale, .
Fugato -anzi, una sorta di fuga a tutti gli effetti- è anche l'Allegro conclusivo, più sveglio ed accattivante del primo tempo, che firma la fine in modo più deciso e forse più drammatico.

Dopo la ripetizione dell'ultimo brano, a mo' di bis, faccio cadere gli occhi sull'orologio: sono le 18.30. Il concerto è durato quasi un'ora e mezza e non me ne sono manco accorto. Segno che ho fatto più che bene a percorrere la strada fino a Casnigo (non proprio a portata di mano per me) e ad essere presente a questa -per me- inusuale occasione musicale.

Andrew


PS - Il presente articolo non vuole essere ergersi a recensione, né avere intenzioni affini. E', piuttosto, una narrazione, una pagina del mio diario di "musicofilo vagabondo" che volevo semplicemente condividere. Mi auguro, qualora qualche persona del Ensemble o dei presenti finisse su questa pagina, di aver fatto cosa gradita.






mercoledì 5 aprile 2017

Risveglio

Dopo più di 5 anni di oblio (le cose pubblicate qui nel 2014 erano, per la maggior parte, cose scritte precedentemente) torno di nuovo qui, sperando di poterci restare di più. 
Recentemente si è conclusa una fase molto importante, intensa e faticosa, direi, della mia vita, ma solamente adesso ricomincio a rendermene conto e a prendere coscienza della fetta di essa che si è liberata, dandomi modo di poter tornare a dedicarmi anche a queste cose.
Mi sento come se mi fossi risvegliato dopo un lungo sonno -tralascio le questioni sul fatto che sia stato, esso, ristoratore o debilitante, o pieno di inquietudine- o, forse, come se fossi approdato a nuova riva, dopo un lungo viaggio a bordo di una zattera, in balìa delle correnti e delle onde.
Che bello affondare, ancora e di nuovo, i piedi nella sabbia, sdraiarsi al sole, non curarsi troppo di barcamenare la propria vita ma gustarsi un po' del suo svolgersi senza dover per forza intervenire. Che bello avere ancora l'occasione di scrivere -cosa che in fondo amo fare, per quanto non mi importi molto di che fine abbia o di quanta considerazione riceva dal esterno- e di immaginare di poter, qui, riportare pensieri ed impressioni, considerazioni e riflessioni, o magari raccontare dei luoghi dove camminerò, dei concerti che ascolterò... chi lo sa.

Ho cercato di migliorare un po' l'aspetto e l'organizzazione generale del blog, creando rubriche  che suddividano gli articoli per argomento (musica, riflessioni personali, recensioni, arte e così via...), e riportando articoli ed informazioni -anche datati, ma che ho creduto utili anche ora al fine di contestualizzare e descrivere certi contenuti- che avevo tralasciato in precedenza. Spero possa essere facile ed interessante da leggere, e gradevole per gli occhi.
Mi ripeto, e me ne scuso, ma auguro buona lettura e ringrazio chiunque passerà da questa riva un po' solitaria e dalle brezze un po' variabili, ma dalla sabbia meravigliosa, splendidamente assolata di giorno -anche quando il sole fosse triste- e stupendamente valorizzata dalla luna e dalle stelle, di notte.

Andrew

Libera recensione di "Mùrmure" di Marco Sutti

Spesso le voci più sommesse sono quelle che hanno maggiormente da dire. Perché è così che nascono le poesie, in modo tacito e silenzioso. Al massimo, con il lieve mormorio della penna sulla carta, come il titolo del libro si propone di sottolineare. Attraverso queste poesie sviscera il filo rosso del discorso: le cose non dette, quelle cose inevitabilmente taciute che fanno male, che tormentano l’anima, che premono alla porta dell’inconscio, e trovano sfogo solo nella notte, nel silenzio, nella solitudine. Pervaso da questo dramma interiore, il poeta trova la pace in tutto ciò che è oscuro, la luna, la notte, le ombre. Ed attraverso questo sottile e lento logorio si disvela la trama dell’affanno e del nervosismo giovanile, che scatenano l’ardore dell’ambizione e l’incorreggibile inettitudine. 
Murmure è il dipinto dell’amara presa di coscienza dell’esistenza di un vuoto interiore che tuttavia brucia dentro, che non lascia alcuna via d’uscita se non quella di spaccare in due il proprio ego e poi ricomporlo non appena la luce del giorno smette di scagliare i suoi raggi. Il conforto nella notte, la voglia di dormire trovano la loro collocazione nel desiderio della pace. Il poeta si accorge che nulla è più come un tempo, ed ogni passo lo avvicina alla fine. Il pensiero della morte è sempre lì che lo accompagna, è l’altra faccia di una stessa medaglia. 
Regolarmente si percepisce la sensazione di affondare e di andare avanti per inerzia, tra il lasciarsi cullare e l’impoverimento interiore, dilaniato dall’incertezza e dalla disillusione. Affondare è una delle sensazioni più ricorrenti della depressione. C’è qualcosa del passato che il poeta ha dimenticato (di proposito?), ma che ora torna a premere alle porte dell’inconscio. 
Quella che è solo un’impressione, ad un certo punto del libro viene esplicitata in certezza: il poeta ha dimenticato una parte del suo io. È il se stesso che ha soffocato, per forza di cose, a causa delle esperienze della vita, ma di cui, nel profondo, sente una impotente mancanza. È la parte che rendeva vivo ed emozionato l’uomo, ma che ora è morta (“sono il boia della mia testa”). La personalità s’è frammentata; l’ego è precario, l’uomo va in pezzi e si scioglie. La sensazione di follia comincia quando l’anima è spaccata. È successo, si è spaccato in due, dialoga con se stesso, tra “voglia di esistere, / di non esistere”. E l’anima così dilacerata affonda in un ciclo di eterno annichilimento, finché giunge, a quanto pare in un momento di sanità, la stupefatta, flebile domanda: “Sono ancora vivo?”
Anche il sangue è abbastanza ricorrente, perché il sangue è il fluido vivente, è la vita che pulsa sotto la pelle. Ed attorno, ma esternamente, a tutto questo tormento interiore, ci sono gli altri, le altre persone. Ma non il loro conforto, bensì il volto statico ed immobile di chi non sa cogliere la rivelazione di dolore che si cela negli occhi di chi soffre. E così, l’incomprensione altrui lo condanna ad un isolamento indesiderato, ma inevitabile. Perché quando nessuno intorno a te ti conosce veramente, tutto diventa piatto, uniforme, squallidamente uguale. 
Alla fine di tutto, è sempre la notte che giunge a placare gli spasimi, a donare il proprio conforto. Guardare il cielo aiuta a dimenticare, o, perlomeno, a sopportare gli affanni della quotidianità. Malgrado tutto, ancora resiste la fiducia in un futuro migliore (“il grido luminoso del domani”). Sì, ogni tanto qualche spiraglio sembra proprio arrivare dal cielo, dal “fascio innocuo ma fulgente di stelle”
Perché amare tanto la notte? Forse perché la notte, così come il chiudere gli occhi, nasconde le cose e permette di guardare meglio dentro se stessi offrendoci una nuova materia da plasmare. Solo allora possiamo di nuovo ascoltare noi stessi. La notte non dà forma, ecco perché è rincuorante, accoglie tutti in modo equo, con le stesse sfumature. In questo senso si può dire che la notte è vera, e, come la verità, non ha bisogno di parole. 
Ecco perché posso dire che Murmure è davvero il rumore delle cose non dette.

Marco Sutti

Libera recensione di "Mùrmure" di Enrico Proserpio

È necessario tornare a leggere poesia. La poesia sa descrivere il mondo e l’uomo come la prosa non può nemmeno sperare. La grandezza immaginifica della poesia è incommensurabile nel cogliere, fulgida intuizione, l’essenza del Tutto e del nostro Spirito. È necessario tornare a leggere poesia, bella poesia, come quella di Andrew, giovane autore di talento, che getta sulla carta le impressioni del viaggio dentro sé stesso in un testo davvero ben scritto. 
Nasce dalle sue angosce, dalle sue tristezze, ma anche, e forse soprattutto, dalla sua forza la raccolta Murmure, ovvero Il rumore delle cose non dette. Le sue poesie sono forti ma delicate, come le scoccate di uno schermidore che con grazia inusuale si batte con la lama della poesia contro i fantasmi delle sue angosce e delle sue tenebre interiori riuscendo a esorcizzarle per un momento, a ribadire la sua forza vitale e gioiosa contro di esse, per poi riprendere subito la lotta con un’altra opera, un nuovo ammasso di versi incantati. E ai versi si annoda la musica, linfa vitale per Andrew che oltre che poeta è anche pianista. La musica vibra tra le righe, non udita dall’orecchio ma presente all’anima di chi legge. 
È questa l’essenza del sussurro (il Murmure del titolo), una leggera musica che presenzia all’opera e forse alla vita stessa. Un sottofondo che la sensibilità umana ha smesso di sentire ma che l’autore ricerca come unica sponda di salvezza, come necessità estrema, luce vibrante e guida nella notte della sua sofferenza. Ci dice Marco Greppi nella sua Introduzione all’opera (anch’essa quasi una poesia): 

“[…] È oltremodo sorprendente costatare come un rumore così fragile come questo, possa, invero, reggere dietro a sé un fragore enorme e prepotente che non fa vibrare mobili e cristalli come un acuto cantato, ma, peggio, sparge le sue onde “sonore” nel profondo dell’animo umano. Questo fragore è Arte.” 

Lo stile di Andrew è semplice ma mai banale. La scelta dei termini è sempre opportuna, ben fatta. Il linguaggio è colto ma non roboante, né altisonante. Qua e là compaiono parole gergali (fottìo) e addirittura dialettali (cagnotti) che contrastano col resto e danno una sferzata di vivacità e colore all’andamento poetico. Anche la metrica ha una musicalità tutta sua e la raccolta sembra quasi una sinfonia per pianoforte in cui ritmi veloci fatti di versi brevi e scattanti si alternano a componimenti con versi più lunghi, lenti quasi come intermezzo, presa di fiato tra un “andante con moto” e un “allegro ma non troppo”. La velocità dei versi, a tratti rabbiosa, non si fa mai angosciante né ansiosa. È piuttosto una sfida aperta all’oscurità interiore, una sete di rivincita dalla sofferenza che infine ci lascia con speranza. 
Le immagini delle poesie di Andrew sono notevoli. Non si tratta di metafore barocche e forzate ma piuttosto di accostamenti intimi, essenziali, di ossimori di grande impatto descrittivo ed evocativo. 
Un ultimo accenno alla grafia dei componimenti. L’autore scrive alcuni termini in modo palesemente errato, di proposito, apostrofando parole laddove la grammatica non permette. Non si tratta di errori ma di precise scelte fonetiche fatte da chi ha il suono, la musica e non lo sterile grafema nel sangue. In altri casi compaiono parentesi quadre all’interno delle parole. Esse delimitano alcune lettere che, tolte, cambiano il senso della parola suggerendo una doppia interpretazione al verso, una dinamicità di concetto e di suono, d’essenza e forma. È così che: 

“Cerco i[n]spirazione scavando nell’ebbrezza più calda, 
nelle parole impronunciabile e sconvenienti, …” 

acquista sfumature uniche data dal senso doppio di ispirazione e inspirazione, collegando con trame sottili il respiro e la poesia, la vita all’Arte. 
Non vado oltre. Vi invito solo a leggere quest’opera, che vale davvero molto. Potete inoltre seguire Andrew sul suo blog Metathymos. Vi lascio con qualche verso tra i miei preferiti, così che possiate avere un assaggio, breve ma intenso, dell’anima di Andrew: 

"[…] Io lì, moribondo ma in piedi, 
assente ma assorto, sparso 
come un volo di corvi grigi. 

Straziavo l’anima in quella lira di seta indolente, 
e a rischio d’infrangerla arrendevo in abissi 
le mie oasi, le mie isole, le mie terre. [...]" 

Enrico R Proserpio

Andrew

Ultimo giorno d'inverno, 1985.
Nasce al trecentocinquantanovesimo grado del segno dei Pesci, quindi una piena cuspide in Ariete. Aggiungiamo anche un ascendente in Cancro, una luna pescina ed un caro e gentilissimo Scorpione che governa Saturno e Plutone.
Tra una scoperta, un allontanamento e una ripresa, mille impedimenti, per non parlare di tormenti e sorprese, sorrisi e lacrime... si ritrova pianista e compositore non certo senza rendersene conto.
Anche la scrittura non ha mai smesso di sedurlo (come dire che un Blog non sia già sufficiente testimonianza...), in particolare in versi -ha infatti pubblicato, nel 2010, la silloge ""Mùrmure, il rumore delle cose non dette"-, da quando aveva meno di 11 anni.
Non sa spiegare perché scelga l'una o l'altra cosa. Si lascia trascinare tanto quanto trascina se stesso. E', al contempo immobile foglia accartocciata abbandonata all'alito di vento (non è certo un caso che la sua stagione prediletta sia proprio l'Autunno), e oceano impetuoso ed imprevedibile -non senza relitti inghiottiti, tesori sommersi, gingilli di soggettiva importanza e ignote creature abitanti- capace di inglobare, distruggere, corrodere e ridare vita.
Ama le domande, ma anche le risposte. Ama ascoltare in quanto curioso, ma non sempre si lascia ascoltare.
Svergognato, a difesa di una timidezza puberale ed una vergogna quasi infantile, ma che ben si astiene dal esibire o dal farle notare. Lontano delle masse, inconsciamente ma anche per provocazione.
Ama le candele, i minerali (che colleziona dalla tenera età), gli strumenti musicali di piccole dimensioni -un pianoforte si può considerare già abbastanza-, i libri, soprattutto se usati e di ignota precedente proprietà. Si emoziona anche per i fari di mare, le conchiglie ed i fossili, le maschere veneziane e gli olii essenziali. E' reikista di secondo livello ed appassionato di cristalloterapia, aromaterapia, nonché -prevedibilmente, e ciò lo infastidisce anche- di musicoterapia.
L'acqua (o meglio "il liquido", giacché non disdegna nemmeno l'alcool, a dirla tutta), l'oscurità e la luce sono i suoi elementi, nei quali si bea e si danna, si crogiuola ma respira.
Odia le linee rette, la simmetricità ossessiva, la regolarità, la carenza di passioni/eccessi/vizi e la routine. Infatti, spesso e volentieri si dimentica la cintura dei pantaloni. Ma è contento anche così.
Il suo colore preferito sembra essere l'indaco, ma ama molto anche il verde, specie quello abbastanza scuro che ricorda gli smeraldi e gli abeti. Ama i profumi caldi ricchi di legni e spezie arabiche od orientali, così come quelli algidi tanto da evocare foreste nordiche popolate da nebbie affascinanti. A proposito di nebbia: adora anche quella.
Non riesce a stare a lungo senza pianoforte e carta da musica. Ma anche senza Nutella.
Può, a volte, sembrare che abbia una pazienza ai limiti dell'umana concezione, quasi ascetica, ma non è affatto sprovvisto di una falce della morte molto affilata, all'occorrenza.
Se cercate una persona inamidata, regolare, ripetitiva, noiosa (ok, qui c'è un po' troppo parere personale...) avete sbagliato palazzo.
Per ulteriori informazioni, si rimanda a momenti di migliore memoria.

Andrew

MetaCritics


Recensione di: ENRICO PROSERPIO (scrittore)

Andrew è un poeta delicato, sensibile. La sua poesia esce lieve dal suo spirito, come un piccolo raggio di luce dal buco di una serratura. È una poesia rarefatta, intima, lieve come il pulviscolo che vola nell'aria e gioca con la luce del sole. È una poesia apparentemente ermetica che sa però aprire un mondo, una poesia che invita a dare un'occhiata attraverso il buco di quella serratura che chiude il ricco ed elegante mondo interiore di Andrew.

Enrico Proserpio
Dervio, 26 gennaio 2013

Ad A. J. R.

L’inverno è per noi
amico delle cose non dette
poeta discreto
di mormorii ed ombre
il tempo della bellezza.

Nella sua oscurità soltanto
può risplendere
la tenue poesia
delle anime scostanti.

Dervio, 23 dicembre 2010




Recensione di: ANTONIO GUERRA (scultore)

Conosco Andrew da pochi anni, ma abbastanza per avere di lui, del suo scrivere, della sua musica grande stima.
Poeta profondo che sa cogliere emozioni e sensazioni interiori sino a sviscerarle e renderle palpabili. Nel libro “Mùrmure” si percepisce quasi fisicamente il silenzio interiore che parla, scuote e ravviva il pensiero di chi fruisce dell’arte poetica di Andrew, spinge il cuore ad entrare quasi in contatto con l’autore, nella libertà del discernere e del gustare pienamente il suo pensiero. Quest’anima che parla dei silenzi a volte tumultuosi di un animo sensibile alla vita ed ai suoi risvolti non sempre poetici – a volte drammatici – ma che, però, sa colmare con l’energia dell’Arte, del suo scrivere. 
Andrew pianista, compositore ed eccelso esecutore dei grandi maestri che l’hanno preceduto, nelle sue composizioni trovo energia sospinta da sensibilità profonda, dove la fisicità del suonare diviene, dal pigiare i tasti di una tastiera, melodia che parla, che interpreta il pensiero e l’indole stessa di Andrew. Mi è piaciuto ascoltare le sue composizioni, mentre leggevo i suoi versi, le sue poesie, entrando, così, in un doppio piacere, nel quale l’Arte si compone di due ben distinte tipologie ma che, conoscendo Andrew, divengono un’unica cosa. Simbiosi intensa e inscindibile, essenza ed esistere di Andrew stesso.


Recensione di: MARCO BUSNELLI  




































Recensione della mia raccolta di poesie "Mùrmure" di: DANILO RUOCCO (scrittore, giornalista)



Il ribollire di Andrew 
Un filo rosso unisce le poesie della raccolta Murmure di Andrew R. edita da Lulu con lo pseudonimo di A. J. Enlightened.
A prima vista esso potrebbe sembrare la ricerca, da parte della voce poetica, dell’oscurità e il suo rivolgersi alla Luna. Ma sembra di poter affermare che, tale ricerca e tale dialogo, sono solo delle conseguenze. 
Infatti, ciò che sembra essere sempre presente - come un basso continuo - nella produzione di Andrew è un ribollente senso di inadeguatezza; di sottovalutazione (“sono cenere di un sigaro”); e di rifiuto di una parte di sé. 
Parte che il Poeta sembra negare; costringere in una zona segreta e inacessibile, ma che riesce a tornare alla luce, magari durante incubi notturni o inaspettati risvegli della coscienza e sussulti del corpo.

Ecco, allora, che, qua e là, emergono versi rivelatori che parlano del “bollore di un segreto” o di un “forziere | insabbiato” il cui lucchetto è rotto da un “urlo | graffiato”. 
E, in modo ancora più esplicito, Andrew ammette che “Ribolle | e si dimena | la rabbia chiusa | dentro i nervi delle mani”.
Un tormento che dà sì “rabbia”, ma che, forse, più di sovente porta il Poeta ad agire su se stesso con severa disciplina, quasi a volere rimettersi in riga: “Mi sono catturato, | processato, | condannato e punito”.
Un tormento continuo (“Attorciglio interminabili | nastri di spine”) cui sembra potersi sottrarre solo con la fuga e l’immersione nella notte rischiarata dalla Luna (“Scappo | a perdifiato dalla mia ombra | per ascoltare | il canto statico della luna”).

Ma, si diceva che - a intervalli, pare, frequenti - ciò che il Poeta tenta di arginare nel segreto dell’anima, torni prepotente alla coscienza vigile.
E ciò avviene attraverso la sincerità del corpo; “Un corpo di indecisioni, | trasgressioni e disillusioni”. Un corpo che accoglie l’altro e lo custodisce, lo cura, forse anche al di là della volontà.

Inaspettatamente,
adesso che
ci ho rinunciato,
proprio ora
che mi sono dato vinto
il suo cuore mi pulsa dentro:
una gemma brillante,
un sonaglio
in preda a tutta la sua frenesia.

Ed è all'Amore che il Poeta sembra affidare la speranza in una completa, salvifica, esaltante accettazione di sé.

E poi morirò,
fiducioso, innamorato,
sbriciolandomi nella luce
che m’irradierà come un dio.
Un canto, quello di Andrew, che merita ascolto.