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domenica 16 aprile 2017

Feu follet

Stasera il soffitto in cui si smarrisce il mio sguardo è quello di casa tua. Anche se i miei occhi bucano il tetto e si spingono oltre, sarà forse il mio corpo che la gravità persiste nel tenere a terra, percepisco il vuoto di questo appartamento, carente della tua presenza in questi ultimi giorni.
Come ologrammi, ripercorro i tuoi passi e le tue abitudini di casa, che ho visto tante volte. Il diffusore è spento, la sua spina staccata, eppure è come se una linea di profumo passeggiasse tutto intorno.
Mi hai lasciato la tua casa, le chiavi per andare e venire se e quando ne avessi bisogno. La libertà di usare la tua coperta, il tuo computer -dal quale sto peraltro scrivendo- o il permesso di accarezzare il tuo peluche prediletto. Perché tu mi conosci, mi hai conosciuto, e credo più di chiunque altra persona hai capito quanto possa avere a volte bisogno di andare altrove: non per fuggire (il cielo è lo stesso, l'ho scritto prima), ma per ricaricarmi. Hai riconosciuto la mia singolarità, e non giudichi il mio modo di viverla o di confrontarmi con certi aspetti della mia quotidianità.
Non mi serviva la compassione, mi bastava non sentirmi solo nel vederla così. Anche se spesso mi oblio nel buio, a conti fatti la pelle dura non mi manca. Certo non lenisce la stanchezza, l'indolenza di vivere -o forse sarebbe più giusto dire il malessere di vivere- che mi scorre nel sangue, ma fa da salvavita quando piombo a peso morto sulla mia inerzia e accetto di ricevere addosso qualunque cosa, purché mi si lasci in pace e non mi si prenda attivamente in causa.
Ami la mia melanconia. Accudisci la mia insofferenza, la rabbia che si autofeconda quando vivo l'ingiustizia. Hai imparato a sentire gli urli dei draghi invisibili che nascondo oltre i miei silenzi, oltre il mio riserbo. A vedere quel bimbo ritratto il più possibile su -e in- se stesso, in penombra... che è la mia vergogna.
Questa sera sono qui, ma sto per andarmene, spegnere le luci, il computer, la musica e tornare a casa a dormire. Un poco alla volta il mio sguardo, che si è slanciato, come un fuoco d'artificio, verso le stelle, torna giù, saluta le nuvole e si ripiega su di sé, ripercorre i passi fatti per tornare qui, fra le mie mani, si specchia.
Brilla una luce per un attimo, una neonata meteora ritrovatami fra le mani.

Andrew