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lunedì 24 aprile 2017

Perché proprio "Metathymos"?

Da quando ho riaperto questo blog, è successo che più persone siano venute a chiedermi che cosa ci fosse dietro il titolo che porta, quali motivazioni e così via. 
Metathymos è ovviamente una sorta di neologismo. Premetto che non ho alcuna conoscenza di greco antico, pertanto non ho certo la certezza né la presunzione di aver inventato una parola che possa esistere davvero. Però posso dire che la sua origine non è casuale e, nonostante ami le belle sonorità anche nelle parole e trovi che Metathymos suoni bene, non ho cercato affatto una parola ad effetto o volutamente insolita.
Tutto nasce da un sogno che ho fatto ormai diversi anni fa. Un sogno, direi, ai limiti del fantasy di certi libri -che non ho mai letto- o di certi film molto noti che non cito (che ho avuto modo di vedere solamente l'anno scorso): in un clima atemporale -ma sicuramente non contemporaneo- di famiglia povera, molto povera, e a contatto con personalità magiche.
Mi trovavo in questa casa dall'atmosfera grigia, silenziosa, più che modesta. Una sorta di quelle case di campagna, di decenni e decenni fa, con le pareti irregolari, le sedie di legno e paglia, il tavolo fatto artigianalmente con delle assi inchiodate fra loro, un grande camino (spento) con a fianco una cucina avvolta un po' nell'ombra. Sembrava che abitassi in questa casa con una coppia molto anziana: lei piccola e gracile, vestita di nero e con i capelli grigi, raccogli in uno chignon con delle forcine; lui non molto più alto, dalle spalle più robuste ma un po' curvo come lei, pochissimi capelli bianchi, senza barba e anch'egli vestito di nero, ma con una camicia scozzese sotto. Entrambi, silenziosi, con un'espressione di mestizia ed umiltà disegnata in volto: gli occhi bassi, le labbra chiuse.
Da una grande finestra (o, forse, sarebbe meglio dire "apertura", perché io non ricordo di aver visto una vetrata, ma soltanto della luce esterna provenire come da un varco sulla parte alta di una parete) entrava un bagliore serale, post tramonto, quasi lunare. Si apparecchiava per la cena, senza dire una parola. Senza una luce, nemmeno di candela. Tre piatti con della minestra, un tozzo di pane al centro della tavola, tre piccoli bicchieri di vetro consunto ed una bottiglia di vino.
Ad un tratto, due donne -che io direi maghe o streghe, per come le ricordo- apparirono in casa entrando da quella strana finestra e ci attaccarono, lanciando come fasci di luce e forte vento che spostavano e rompevano tutto ciò che c'era in casa. Io e quella "mia" famiglia ribaltammo il tavolo, volgendo il piano in verticale e riparandoci dietro: non potevamo fare altro.
Preso dal timore che a quei poveri signori potesse accadere qualcosa, e continuando a non capire perché ci avessero presi di mira, urlai contro alle due donne: "Cosa volete da noi?! Non abbiamo fatto nulla di male!".
Mi risposero: "Vogliamo qualcosa che tu hai, che noi sappiamo essere tuo".
Io, ancora più ignorante, implorai di lasciare in pace la coppia di anziani e di smettere di accattarci. In cambio mi sarei alzato ed avrei cercato, con loro, di capire cosa volessero esattamente.
Si fermarono. Mi alzai un po' incerto, ed andai verso di loro. Una delle due disse che io avevo una sorta di "specchio" dentro di me, in grado di aprire le profondità delle anime umane, ma che nessuno avrebbe potuto togliermi senza il mio consenso, oppure morendo. Pregandole di non uccidermi, accettai di seguirle e di vedere cosa potessi fare con loro.
Una di loro mi disse sorridendo, quasi imbonita: "Ma noi non vogliamo ucciderti, ci basta il tuo supporto!". Mi voltai verso quei miei due "genitori", li salutai in modo malinconico mentre si stringevano in un abbraccio come d'addio, e mi voltai.
Di colpo la scena cambiò, e mi trovai in una stanza (o una grotta, non ricordo benissimo) piena di luce gialla, come se fosse circondata di fuoco. Ma stavo bene e mi sentivo al sicuro. Mi portarono davanti ad un enorme volume. Sulla copertina c'erano due parole: "META" e "THUMOS". Le lessi a bassa voce, e le maghe mi dissero che solo una persona avrebbe visto quei simboli come parole (io vedevo comunque normalissime lettere) ed era colui a cui era stato affidato tale "specchio".
Le guardai in volto, accorgendomi che non avevano un aspetto così minaccioso.
Una mi mise una mano sulla nuca, e sorridendomi mi disse: "Adesso puoi andare, il tuo specchio sarà sempre in contatto con noi. Grazie di esserti fatto coraggio".
E mi svegliai.

Da questo sogno nasce il nome del mio blog. Scoprii più tardi, cercando qui e là, che la parola "thumos" si legge così ma in verità si scrive "thymos", ed è una delle sfumature in cui l'anima viene suddivisa dai greci antichi. "Thymos" è l'anima emozionale, ha una associazione con il respiro o il sangue e spesso è usata anche con il significato di impulso interno, agitazione, tormento. Inoltre, si usa anche si per esprimere il desiderio di essere riconosciuti che per indicare una possessione permanente di una persona, la quale governava il suo pensiero ed il suo sentimento.
Platone suddivide l'anima in 3 parti: nous l'intelletto, thumos la passione, ed epithumia l'appetito. Thumos, fra loro, è la parte collegata alle emozioni ed all'emotività e, insieme a nous, governa epithumia.
Ecco perché il sottotitolo è "la metamorfosi dell'anima": "meta" è il prefisso che riguarda il cambiamento, che io vedo come crescita, maturazione, evoluzione e dissolvimento. Se aggiunto a "thymos" può essere interpretato così.
Ho sempre trovato bizzarro e stupefacente come un sogno possa diventare rivelatore, usando un codice che nemmeno fa parte delle conoscenze del sognatore. Ma, in ogni caso, sento Metathymos come un nome molto motivato e profondo, e mi piace ciò che porta con sé.

Andrew