domenica 22 ottobre 2017

Su "Confessioni di un oppiomane" (Thomas De Quincey)

Torno a "recensire" una lettura, fresca fresca. Ho acquistato questo piccolo libro di Thomas De Quincey (il quale comprende anche altre opere più brevi, come "Suspiria de profundis" o "La diligenza inglese") sempre al mercatino dell'usato e dell'antiquariato di Imbersago, domenica scorsa, e l'ho praticamente divorato; in meno di 7 giorni, se penso che in un paio di questi non ho avuto la possibilità di leggere prima di dormire, perché era già tardi -o, semplicemente, morivo di sonno.

Sin dalle prime righe mi sono sentito inghiottito dal modo di scrivere e di esprimersi dell'autore; che, per quanto assai meno "poetico ed a modo", a me ricorda non poco -chissà perché?- quello di Proust, nella "Recherche": sentito ed appassionato, libero e sciolto come un nastro, erudito ma focoso, spontaneo e fluido. 
Spero di non azzardare troppo con questa affermazione. De Quincey non si lascia sfuggire termini più "diretti", il suo procedere è senza freni inibitori: una completa sincerità, svergognata, anche negli argomenti più torbidi o dei quali si percepisce il non andarne fiero, senza per questo scadere nella sboccatezza gratuita (da questo si sente come Thomas fosse uno studioso: era considerato un grecista sensazionale, tale da superare alcuni suoi stessi docenti). Proust, diversamente, nonostante trasmetta benissimo le sue sensazioni, è sempre un po' più riservato e "non del tutto espresso": l'immagine che ho, è quella di starsene un po' come seduti all'ombra morbida ed aromatica di un albero di limoni, osservando la vicenda svolgersi su di una spiaggia assolata ma non proprio a due passi da noi.

Non manca, nelle "Confessioni di un oppiomane", anche l'elemento "confusionario" o contraddittorio. Anzi, questo non fa che rincarare quel senso stesso di sincerità e di schiettezza voluto dall'autore sin dalle anticipazioni -ma riscontrabile anche nella post-fazione- al volume. Un oppiomane che non si nasconde, ma va quasi fiero di esserlo. Che non antepone banali perbenismi o colletti inamidati. Egli sa di navigare nel mare nero dell'oppio; sa dei suoi effetti positivi e negativi, delle visioni tanto quanto della sensazione di pace; dell'alterazione che subiscono il trascorrere del tempo, gli oggetti, i ricordi, le strade percorse. 
E di questo status "altro" De Quincey quasi si compiace; anche quando, dall'uso misurato e disciplinato dell'oppio -tanto da scegliere, per il consumo, sempre il martedì o il sabato, giorni nei quali va all'Opera ad ascoltare una cantante favorita- passa alla totale dipendenza, a quell'assunzione incontrollata, che rende complici i suoi momenti di inettitudine, i suoi sogni orientaleggianti ed inquietanti (nonché del tentato suicidio della moglie, estenuata da un uomo così ingestibile e ben oltre le righe) e i suoi risvegli in lacrime, alla vista improvvisa dei suoi figli.

L'autore sostiene di voler sfatare il mito che l'oppio sia meramente ed unicamente "distruttivo": da esperto quale è, si sente in dovere -ed in diritto- di saggiarci delle sue esperienze, e di conseguenza di chiarire quali siano effettivamente gli effetti del laudano. Desidera debellare la consuetudine medica -pur ammettendo la sua non poca ignoranza sull'argomento- per rimpiazzarla con la verità del "drogato" dipendente (e come dargli torto? In un certo senso, non si può parlar di ciò che non si conosce...) che ne è quasi del tutto uscito. Perché, contrariamente all'aspettativa che crea nel lettore prima della post-fazione, De Quincey non ne esce completamente, ma ne riduce enormemente l'abuso. Arriva a passare 90 ore senza oppio, ma gli effetti devastanti sul suo stomaco -complice, probabilmente, anche l'enorme fame patita in giovinezza, la quale, ben prima dell'oppio, gli procurava fortissimi bruciori gastrici- lo inducono a ricorrere al "rimedio malsano" che, quanto meno, sembra anestetizzarlo da questi patimenti.

La conclusione è una nota di speranza verso coloro che, come lui, sono più o meno dipendenti dall'assunzione di oppio: non testimonia che si possa uscirne, ma si sente di ipotizzarlo con una certa convinzione. Riferisce ad assuntori meno esagerati di lui, che potrebbero magari resistere agli effetti collaterali della disintossicazione. Parla ancora dei suoi sogni assurdi che, nonostante siano passati dei mesi, ancora lo assillano (seppur più debolmente, parallelamente alla quantità drasticamente inferiore di laudano ingerita).
La conclusione lascia, infine, un forte senso di aspettativa: egli stesso sostiene che questo saggio potrebbe e sarebbe potuto essere ben più esteso e dettagliato. Quando fu steso per le pubblicazioni -ovvero la seconda volta, poiché la prima fu scritta per una pubblicazione periodica, per la quale aveva uno spazio ridotto- il suo stato di salute non era tale da poterlo implementare ulteriormente, pertanto si preoccupò solamente (e nemmeno del tutto) di rivederne le bozze di stampa.

Eccoci di fronte, di fatto, ad un excursus senza vero traguardo. Conviene, allora, sederci ed assaporare (quasi fossimo noi sotto effetto dell'oppio, questa volta) il gusto piccante e mai nauseabondo dell'indeterminatezza, immaginando chissà quali altri episodi, quali altre vie di Londra di notte, quali altri amori svaniti, quali altre colline o quali altri sogni l'autore avrà conosciuto, senza mai potercene assicurare davvero.

Andrew

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